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Il gatto, o di come ho perso l’eternità

Il gatto, o di come ho perso l’eternità

intervista a Jutta Richter
a cura di Giordana Piccinini

 

Hamelin 46 - Segnosonico

Che cos’è per te l’infanzia? E che tipo di infanzia racconti nelle tue storie?

È una domanda difficile. L’infanzia di cui io scrivo è il bambino che sono io. È un bambino che vive in ognuno di noi, un bambino che è stato ferito, è stato offeso, un bambino che avrebbe dovuto diventare un adulto ma che non lo è diventato. Almeno il bambino che è in me. Per me è facile, in questo senso, scrivere per i bambin,i anche se in realtà io non scrivo per i bambini, scrivo di bambini. E se guardo e osservo oggi i bambini, sono felice di non dover più essere un bambino, perché sono tante le cose che sono andate perse per l’infanzia, nell’infanzia di oggi. I bambini di oggi sono sempre così protetti, tenuti in un ambiente stretto e ristretto, e non era così quando ero una bambina io.
Tento di descrivere questo perché soltanto se i bambini capiscono le strade che possono percorrere da soli potranno riuscire a trovare delle vie di uscita, è una questione di esercizio, se non si esercitano non potranno farlo. E i bambini che vengono accompagnati in macchina a scuola non incontreranno mai un gatto che parla.

L’altro aspetto importante è che per raccontare l’infanzia trovi sempre una voce adatta: chi racconta in tutti i tuoi romanzi è una bambina, un cane, un gatto, degli oggetti inanimati, insomma chi sta ai margini, chi è piccolo, chi è inascoltato. Infanzia significa infatti, etimologicamente, “colui che non parla.” Come sei riuscita a trovare questa voce, e perché sono loro quelli a cui tu vuoi darla?

Quando ero una bambina spesso ero da sola. Sono figlia unica. Quindi ho imparato molto presto a dare alle altre cose una voce, a inventarmi dei mondi. E forse proprio perché mi ricordo bene questa prospettiva riesco a rimettermi in quella di bambina. Ecco che è facile per me far parlare e dare voce a un bambino, a un cane, a un gatto. Quando scrivo sono io l’elemento parlante, sia che si tratti di un essere umano sia di un animale, in quel preciso istante, nel momento in cui io scrivo, sono io la voce, sono io l’elemento parlante.

E in effetti i tuoi personaggi sono bambine o bambini soli. Anche quando c’è il gruppo, la banda, in realtà è forte il senso di solitudine.

Sì, ma non solo. Se una voce parla e descrive la prospettiva di un bambino, allora questo bambino deve essere da solo perché è lui che racconta una storia. Quando io parlo e racconto di qualcosa e uso la prima persona singolare, devo essere al di sopra delle cose. E non è possibile farlo quando si è in un gruppo, in un gruppo si può fare una conversazione, ma non posso parlare e descrivere qualcosa se non mi pongo appunto in prima persona.

Una relazione che trovo in tutte le tue storie è il rapporto con gli adulti: queste bambine, questi bambini, si ritrovano spesso con adulti che li vogliono cambiare, che non li capiscono, che parlano un’altra lingua, sembrano essere extraterrestri quasi. Questo avviene anche quando c’è un cane. È divertente come un adulto voglia trasformarlo e il cane che parla, pensando al suo padrone, dice: “non capisce che io sono soltanto un cane,” o la protagonista di Io sono soltanto una bambina che ripete alla fine di ogni capitolo: “io sono soltanto una bambina.” C’è questo rapporto di forza tra bambini, cani e adulti, perché?

Sì, gli adulti vogliono educare, parliamo di educazione, di istruzione. Io non amo molto gli adulti, trovo che non siano molto interessanti, credo che sia molto più interessante e divertente e bello quando gli adulti cercano di comunicare con i bambini. E non, come spesso fanno, quando li guardano dall’alto, sono indifferenti nei loro confronti, oppure parlano sopra i bambini. Trovo che questo sia un atteggiamento terribile, perché credo che se voglio parlare con un bambino, lo devo prendere sul serio, perché tutti i bambini sono importanti. Se noi vogliamo che un bambino impari a diventare una persona importante, lo dobbiamo considerare come tale, perché tutti i bambini sono persone importanti. Quindi nei miei libri in generale gli adulti hanno un ruolo piuttosto negativo a parte alcune eccezioni, ci sono delle donne straordinarie, degli anziani bellissimi, ma in generale gli adulti sono dei personaggi negativi perché sono così noiosi, non mi piacciono.

In tutte le tue storie i bambini parlano con i gatti, con gli oggetti, con i cani, mentre il dialogo con gli adulti lo sento difficile. Non c’è uno scontro come in Dahl, ma sento che c’è una distanza. In Quando imparai ad addomesticare i ragni dici a un certo punto che gli adulti parlano una lingua diversa, ambigua, rispetto ai bambini.

È come se gli adulti fossero in un altro mondo, in un mondo di fantasia. Come se fossero distanti. È come se gli adulti avessero il compito di addomesticare i bambini. I bambini sono curiosi, hanno desiderio di sapere, sono non convenzionali. Loro vivono nella fantasia. Sentono e vedono cose che altri non vedono. Il mondo dei bambini è molto più vivo, eccitante, pieno di tensione rispetto a quello degli adulti.

Sono tutti adulti incapaci di ascoltare, tolto i nonni, la prostituta, il barbone…è come se i bambini riuscissero a parlare solo con chi è un po’ ai margini. È così? E perché?

Sono quelli che hanno tempo. È semplice.

 

L’intervista integrale, realizzata in occasione dell’edizione 2018 del Festival Lector in fabula di Conversanoa, è pubblicata sul numero 46 della rivista “Hamelin”.

 
Le illustrazioni sono una selezione del lavoro fatto durante il progetto Segnosonico 2018, un laboratorio che unisce improvvisazione grafica e musicale nato dalla collaborazione tra BilBOlbul Festival Internazionale di Fumetto e Bologna Jazz Festival. I disegni sono di: Iris Biasio, Lorenzo Castellucci, Giulia Cellino, Ida Cordaro, Olmo Ferrari, Hanieh Ghashghaei, Jacopo Lolli, Mireia Mancino, Gayatri Pallavicini, Andrea Piccioli, Elia Velluti.