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	<title>Nicola Galli Laforest, Autore presso Hamelin</title>
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	<title>Nicola Galli Laforest, Autore presso Hamelin</title>
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		<title>Gary Paulsen. Sull’avventura e su altre sciocchezze</title>
		<link>https://hamelin.net/gary-paulsen-sullavventura-e-su-altre-sciocchezze/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Nicola Galli Laforest]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 14 Oct 2021 11:45:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[BLOG]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Un ritratto di Gary Paulsen</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h3 style="text-align: center;"><strong><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignnone wp-image-12584 size-full" src="https://hamelin.net/wp-content/uploads/2021/10/image.png" alt="" width="650" height="435" srcset="https://hamelin.net/wp-content/uploads/2021/10/image.png 650w, https://hamelin.net/wp-content/uploads/2021/10/image-300x201.png 300w, https://hamelin.net/wp-content/uploads/2021/10/image-500x335.png 500w, https://hamelin.net/wp-content/uploads/2021/10/image-250x167.png 250w, https://hamelin.net/wp-content/uploads/2021/10/image-600x402.png 600w" sizes="(max-width: 650px) 100vw, 650px" /><br />
</strong></h3>
<h3 style="text-align: center;"><strong>di Nicola Galli Laforest<br />
</strong></h3>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ogni anno, in Alaska, un pugno di avventurieri partecipa alla Iditarod Trail Sled Dog Race. Si tratta di una corsa di slitte trainate da cani, lungo un percorso non tracciato di circa 1770 Km, con una temperatura media di -40°C, senza bussole né marchingegni. La durata della gara si aggira intorno alle due settimane. Non ci sono regole, se non passare per determinate tappe e viaggiare in totale solitudine; ognuno può portare con sé del cibo per sé e per i cani, e prendere la strada che vuole. Per due volte, a metà anni Ottanta, grazie a una colletta tra i compaesani e un editore (in cambio dei diritti sul prossimo libro), anche Gary Paulsen si è cimentato nell’impresa con i suoi cani.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Pare abbia scritto in quelle condizioni alcuni dei suoi romanzi per ragazzi, mentre le bestie riposavano. Quanto ci sia di vero e quanto di leggenda non lo sappiamo, ma sicuramente sono di quegli anni, in cui se non era in gara si allenava, almeno tre delle sue opere migliori. Poi il cuore ha ceduto, e il suo medico lo ha obbligato a smettere il gioco. È rimasto qualche mese in panciolle con Cookie, il suo capomuta, protagonista di uno dei racconti lunghi più riusciti e commoventi tra quelli tradotti, <em>Io e Cookie</em>, per andarsene in seguito a vivere su una barca a vela sul Pacifico. Ora ha settant’anni, e nella lista degli iscritti alla Iditarod 2008 c’è il suo nome.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Gary Paulsen è davvero un personaggio straordinario, ben fuori dalle righe, la cui biografia non è poi così lontana da quelle di London e Conrad. Il numero di libri che ha pubblicato in America, tra racconti, romanzi e non-fiction (manuali su storia, sport, animali, vita all’aperto, motori…), è assolutamente impressionante; in Italia ne sono arrivati ventitré, e non pochi tra questi sono di altissimo livello; alcuni sono dei veri capolavori, che inserisco senza nessun dubbio tra le migliori opere per ragazzi contemporanee. Penso in particolare a <em>Il figlio dei ghiacci</em>, <em>L’uomo delle volpi</em>, <em>Tracce</em>, <em>La cerva bianca</em>, <em>Al limite estremo</em>, <em>La mia indimenticabile estate con Harris</em>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Di autori che possono vantare sei titoli di questo genere, e diversi altri di qualità comunque ben superiori alla media, ce ne sono pochissimi. Eppure già da qualche anno acquistare un qualsiasi libro di Paulsen è impossibile: sono tutti fuori catalogo e rintracciabili solo nelle biblioteche più attente e fornite. Questa situazione paradossale, che vede una quantità sconcertante di novità di scarso valore spingere fuori dal mercato ciò che sembra meno vendibile, è un sintomo evidente della percezione che si ha oggi dell’avventura, di cui questo autore è maestro indiscusso. Paulsen non ha scritto in realtà solo storie avventurose, ma c’è, sempre e comunque, anche nelle situazioni più distanti dai canoni del genere, un modo di guardare il mondo, un atteggiamento nei confronti della vita diverso, e molto lontano da quello dominante, in particolare oggi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il primo elemento che colpisce nelle storie che racconta è una sorta di poetica dei sensi: in tutte le sue opere (non è vero: fanno eccezione quelle di ambientazione più “cittadina”, e cercherò in seguito di trovarne una ragione) si è catapultati in un ricchissimo universo sensoriale: ogni pagina restituisce colori, luci, odori, sapori, silenzi, rumori, sensazioni tattili e fisiche in maniera così intensa da creare un microcosmo vivo, e immergere il lettore nella stessa ambientazione in cui si trova il protagonista. Se c’è la neve (e naturalmente c’è spessissimo), a leggere si prende freddo. Questa presenza è così radicata e pervasiva che Paulsen l’ha anche voluta esplicitare, dedicandole le due pagine di introduzione a <em>La stanza d’inverno</em>: “Se i libri potessero essere qualcosa di più, mostrare di più e possedere di più, questo libro avrebbe degli odori… Avrebbe gli odori delle vecchie fattorie, l’odore dolce del fieno appena tagliato che cade dalla lama oliata della falciatrice tirata dai cavalli su e giù per il campo, e l’odore acre del letame che in inverno fuma nella stalla…”. Si può parlare di un raro uso impressionista della scrittura, che costringe il lettore ad avvicinarsi a quella stessa “verità” che il protagonista della storia sta scoprendo: e in effetti è di questo che si tratta, di attenzioni percettive che i giovani di Paulsen improvvisamente sentono attivarsi, come nuovo stadio del loro essere.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Rendersi conto di questa densità presente in ciò che li circonda è già un passo verso un modo di sentire ed esistere differente, che porta tutto a farsi più vero e vivo. Si tratta chiaramente di attimi iniziatici, e, caso abbastanza raro, i ragazzi ne sono subito consapevoli. Un momento quasi canonico, regolare e comune a queste storie, è la riflessione che i protagonisti fanno su se stessi appena dopo la prima fusione con la natura: “Aveva imparato a riconoscere la direzione del vento solo dal colore che prendeva il lago. Era cresciuto, aveva raggiunto una nuova consapevolezza. Era come se il suo corpo e la sua mente si fossero sintonizzati sulla stessa frequenza e avessero raggiunto un accordo mai stretto prima d’allora. Aveva il pieno controllo dei propri sensi.” (da <em>Al limite estremo</em>), oppure: “…i due remi si muovevano come se fossero una cosa sola. Adesso la canoa era spinta da una forza quasi consapevole, e Sue capì che nulla sarebbe mai più stato come prima: lei non sarebbe ritornata ad essere la Sue del passato, e ne fu felice.” (da <em>Tracce</em>). Gli esempi si potrebbero moltiplicare, tanta è l’attenzione che Paulsen dedica a questo fenomeno; e lo fa molto a ragione, visto che la coscienza della propria crescita è praticamente sparita dalla nostra società “sempreadolescente”, che ha voluto espellere i riti iniziatici, da considerarsi ormai primitivi e inutili.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>C’è almeno un altro ingrediente oggi tabù che viene recuperato dagli antichi riti iniziatici, e fa da base ad alcuni romanzi: è la totale solitudine fisica, che ha la sua realizzazione più netta nella saga di Brian (<em>Al limite estremo</em>, <em>L’inverno di Brian</em> più altri tre volumi non tradotti in italiano ), in cui viene messo in scena un nuovo Robinson. Precipitato con un piccolo aereo in qualche zona disabitata della tundra canadese dopo la morte del pilota, Brian si rende conto che nessun soccorso potrà arrivare a riportarlo alla civiltà, e rinasce, dopo diverse quasi morti, tra nostalgia e utopia, come uomo dei boschi, a metà tra Adamo e il Thoureau del <em>Walden</em>. Imparerà da solo a sopravvivere, con i soli insegnamenti della natura e dei propri errori; ripercorrerà gli stadi dello sviluppo umano, riuscirà a costruirsi utensili, indumenti e armi, ad allevare, a cacciare, a scuoiare, a vivere in totale sintonia col paradiso che ha a disposizione, fino a entrare direttamente in contatto con la mitologia americana: come i Padri Pellegrini si lasciarono alle spalle le bassezze della vecchia Europa per ricominciare nel Nuovo Mondo, così Brian si distacca pian piano dai vigliacchi litigi dei genitori e dalle piccole preoccupazioni cittadine, e può affrontare da solo prima la disperazione per quanto ha perduto, poi la libertà della <em>wilderness</em>, e sperimentare nuovi valori, testare sensibilità rinate, dedicarsi, certo tra mille pericoli, alla costruzione di se stesso. C’è in questa visione anche un mito nostalgico, tutto americano, di ritorno alla natura e alle radici, al buon vecchio mondo ormai andato: l’altra modalità di apprendimento infatti, anche questa assolutamente fuori moda, è rappresentata dalla figura del vecchio, per lo più esterno alla società, che si offre come guida sciamanica, legato com’è alle energie segrete della natura.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ne <em>Il figlio dei ghiacci</em> il giovane eschimese Russel, insoddisfatto di sé, lascia le moderne comodità del paese per farsi iniziare dal vecchio cieco, l’unico che ancora vive alla maniera degli antenati e che non ha ceduto un millimetro al progresso. Il passaggio di conoscenze avverrà tramite un racconto ipnotico, una sorta di trance, di collegamento ancestrale, in cui il ragazzo verrà messo direttamente davanti al passato del proprio popolo. Non è raro che nelle sue opere Paulsen faccia incrociare e metta in comunicazione la storia vera del protagonista con le storie finte, narrate o immaginate. Portata a termine la sua ultima formazione, il vecchio, come accade in tante storie di indiani, chiede di essere accompagnato nella morte che sente arrivare, e lascia poi Russell al suo viaggio solitario.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L’anziano non è il solo tramite adottato da Paulsen, che lo sostituisce però con personaggi comunque slacciati dalla civiltà, maestri anch’essi profondamente ancorati alla natura: è il caso di <em>L’uomo delle volpi</em>, un reduce di guerra che vive isolato nei boschi, a metà tra animale e santo; ma anche dei due attempati figli dei fiori che istradano Terry in <em>Lungo la strada</em> e lo conducono lontano dalle disarmonie della ipocrita e corrotta vita di città.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>I luoghi remoti e incontaminati, liberi da presenze famigliari, sconfinati, fuori dal tempo e meravigliosi, in quanto spazi primigeni, sono scenari perfetti per queste occasioni, in cui si attua un vero panteismo quasi sacro, in cui anche il lettore si sente parte di un tutto più grande.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Leggendo di seguito tutti questi romanzi, ci si accorge che una delle parole, anzi uno dei temi più frequenti in Paulsen è “bellezza”. Ad un certo punto, davvero come d’incanto, la semplicità del concetto di bello si manifesta nitida, e un certo taglio di luce, un riflesso sulla neve, una geometria nei rami colpisce il protagonista come un evento metafisico. Ha luogo così un vero rapporto sentimentale col paesaggio, basato sullo stupore, sull’illuminazione, sulla raggiunta unità tra natura e anima. Credo sia un fatto a metà tra il trascendente e il filosofico, apparentemente inconciliabile rispetto alla nostra modernità, ma in realtà davvero vicino al sentire dei ragazzi, e che sarebbe sanissimo in qualche modo recuperare e reinserire nei percorsi formativi . Vedere la bellezza è come riconoscere una propria nuova, appena guadagnata, nobiltà interiore, e forse l’esempio più evidente e dichiarato è <em>La cerva bianca</em>: John vive coi nonni in una fattoria isolata, dopo aver perso i genitori. Il nonno, che lo ha abituato sin da piccolo alla vita nel bosco e alla caccia, sta morendo, e gli affida la prima battuta solitaria, più per necessità che per iniziarlo: “Uccidere non ti fa diventare uomo. Noi ci procuriamo la carne, ecco tutto.” Nel bosco innevato John incrocia una cerva bianca, l’ha a tiro, ma dentro di lui succede qualcosa. Abbassa il fucile e inizia a seguirla, e lei si fa inseguire, quasi lo aspettasse, giorno e notte, senza tregua, come un duello amoroso, inspiegabile e irresistibile, con le tracce sulla neve a separarli e a unirli. “… lasciò qualcosa in John, un’immagine di bellezza che gli rimase impressa nella mente, come una figura che ci resta negli occhi quando li chiudiamo, abbagliante”. Al ritorno alla fattoria, a mani vuote, il ragazzo prova a spiegare quello che gli è successo: “- Una cosa è cambiata, durante la caccia. Anzi, è cambiato tutto, così l’ho inseguita ma non le ho sparato. &#8211; I nonni non dissero nulla, aspettarono. &#8211; Ho camminato per due giorni e poi l’ho toccata. Due giorni e una notte. E dopo averla toccata è cambiato tutto- ”. Il bosco innevato non è solo uno scenario, ma è chiaramente un attore di questa come di altre storie, con il suo silenzio assoluto e irreale; e lo è, per portare un altro esempio, anche il mare che inghiotte David e la sua barca a vela in <em>Alla deriva</em>, a prolungare la missione del ragazzo: spargere tra le onde le ceneri dell’amato zio-maestro.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Certi spazi permettono, o impongono, una fusione radicale, sono dominanti e simbolici, e all’uomo non resta che adeguarsi, conquistato, e minimo al confronto. Un’altra poetica di Paulsen è dunque quella dei luoghi, e ricorda moltissimo una caratterizzazione tipicamente americana degli spazi, veri protagonisti nella pittura e nel cinema, al punto che si potrebbe anche parlare di “archetipi ambientali”: il paesaggio è quasi un’arte religiosa tutta giocata sullo stupore, come se fosse visto per la prima volta, in Paulsen come nei western, nella pittura Luminista come nelle giungle metropolitane dei noir. L’estetica di riferimento è quella del sublime, che tende all’infinito e rimpicciolisce lo spettatore, pur inserendolo totalmente nell’ambiente. E allora tutto appare fuori misura, irraggiungibile, enorme, e credo che vengano da qui persino quegli animali giganteschi che popolano le storie del nostro autore: galli grossi quanto aquile, maiali immensi, gatti che sembrano cani da pastore, vacche e cavalli di dimensioni mitiche. C’è un romanzo, davvero troppo poco noto, in cui Paulsen riesce a unire questo carattere con un’ilarità trascinante e con un effetto nostalgico struggente, l’autobiografia d’infanzia con <em>Le avventure di Tom Sawyer</em>. È <em>La mia indimenticabile estate con Harris</em>, in cui una stagione dai parenti di campagna trasforma le giornate del protagonista undicenne e del tremendo cugino in esilaranti gesta leggendarie: “I nostri nemici se ne stavano ignari delle nostre intenzioni, o almeno così pensavo, e grugnivano felici, sepolti in una montagna di fango con il muso impiastricciato di sbobba e lo stomaco che borbottava. C’erano tre scrofe in un recinto, un maschio in un altro, e un terzo conteneva una femmina e i suoi dieci porcellini (…) &#8211; Guardali &#8211; mi sussurrò Harris mentre partivamo all’assalto. &#8211; Quegli sporchi musi gialli comunisti se ne stanno stesi laggiù come se fossero i padroni del mondo. &#8211; Feci di sì con la testa. &#8211; Sporchi comunisti!”</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ancora una volta la natura rappresenta la vita, la meraviglia, lo spasso, il fare, e il contatto con ciò che è autentico, e si contrappone senza sfumature alla città, da cui provengono le molte degenerazioni che hanno fatto dimenticare i ritmi e le nobili difficoltà delle origini.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Paulsen potrebbe essere facilmente accusato di antimodernismo e di luddismo, forse anche di misantropia, visti i ritratti della società che tratteggia quasi sempre sullo sfondo, e certamente anche la quasi totale assenza di donne nei suoi libri si presta a veloci, ma credo sterili, se non sciocchi, attacchi. Di certo tutti questi elementi, il ritorno all’Eden come rinascita possibile, la città come caduta e peccato, la ricerca solitaria, appartengono ad un certo immaginario ben definito: l’americanità e il legame con questo serbatoio culturale e con certe soluzioni formali è infatti un’altra scoperta che attende chi ha la fortuna di ripercorrere l’opera di Paulsen. Le citazioni esplicite sono rarissime, ma che il nostro sia un divoratore di letteratura statunitense è chiarissimo, e a dimostrarlo ci sono dei veri, e molto riusciti, esercizi di stile sui canoni americani: muovendosi da un genere all’altro, con spiazzante abilità mimetica e linguistica, è capace di diventare di volta in volta uno scrittore diverso. Certo, nei titoli più direttamente avventurosi, e nelle storie di cani, c’è molto London, e senz’altro il ritorno idilliaco alla natura del <em>Walden</em> di Thoureau. Ma c’è anche, in <em>John della notte</em> e <em>Sarny</em>, la “slave narrative”, la memorialistica degli schiavi neri che ci ha informato su quanto accadeva prima della Guerra Civile; c’è, sulla Guerra Civile, <em>Un cuore da soldato</em>, che ricalca l’impressionismo e i temi di Crane e ricorda Bierce; ci sono riferimenti, penso soprattutto a <em>Il figlio dei ghiacci</em> e a <em>Tracce</em>, alle leggende dei Nativi; ci sono, sparsi nelle storie brevi, i “tall tales”, le spacconate tipiche della frontiera; c’è evidentemente, in <em>Lungo la strada</em>, Kerouac e il viaggio <em>on the road</em>; qualcosa, nella ricerca ipnotica de <em>La cerva bianca</em> fa pensare alla balena bianca di Melville, il cui incipit (“Chiamatemi Ismele…”) è invece citato direttamente in un titolo mai tradotto, <em>Call me Francis Tucker</em>, personaggio che ha dato vita a una saga; c’è addirittura, in <em>Storie</em>, una <em>Spoon River</em>, e molto Hemingway, dal quale sembra tratto anche, per stile, personaggi e vicende, <em>Oltre il confine</em>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Da questa letteratura Paulsen ha senz’altro ereditato anche la schiettezza nel dire e l’indagine sui limiti dell’uomo: non evita mai di affrontare per esempio la malattia e la morte, umana e animale, anche nei suoi aspetti più politicamente scorretti e dolorosi; certe scene descritte, come le operazioni di macellazione delle bestie in fattoria, o dei soldati sugli scenari di guerra, non lasciano nulla all’immaginazione, e la dichiarazione sottostante pare sempre: “ragazzi, questa è la vita.” In particolare nei libri di guerra, sia totalmente dedicati ad essa (<em>Un cuore da soldato</em>; <em>Tracce</em>; <em>Sarny</em>), sia toccati dallo spettro bellico che torna incarnato nei disturbi dei reduci (<em>L’uomo delle volpi</em>; <em>Dancing Carl</em>; <em>Lungo la strada</em>; <em>Oltre il confine</em>; <em>La stanza d’inverno</em>) le parole sono chiarissime, quasi delle pietre impossibili da schivare. In <em>Tracce</em>, un audace e poetico esperimento pensato per ragazzi quasi adulti, la dichiarazione è spietata: il libro è diviso in quattro diverse iniziazioni adolescenziali che si intrecciano senza mai incontrarsi, e in quattro “canti di guerra”, rapidi e densissimi episodi tratti dalla guerra in Vietnam, dalla Seconda Guerra Mondiale, dalla Corea, dal futuro. Tre vite su quattro, di questi normali giovani in trasformazione, hanno successo; ma quello che accade nei “canti di guerra” bilancia le vittorie, anzi le vanifica, e l’ultima accusa verso la nostra società prospetta un piccolo CLIC che “durerà una frazione infinitesimale di secondo perché tutto si dissolverà subito in un’esplosione di luce più abbagliante persino del sole”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La critica a certi adulti è in realtà una costante sotterranea, mai esibita a lungo, e quasi indispensabile per dare il via all’avventura. Questa scena iniziale, tra l’altro autobiografica, apre molti libri di Paulsen, come <em>La mia indimenticabile estate con Harris</em>: “Non avrei mai incontrato Harris se i miei non avessero consumato quantità eccessive di whisky “Four Roses”. Per quanto ricordo della mia infanzia, c’è sempre stata una bottiglia di whisky sul tavolo di casa (…) La mia casa diventò un luogo impossibile, e io venivo ospitato sempre più spesso da qualche parente.”</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La disposizione all’avventura, proprio come in London, in Paulsen è una risposta alle intemperie che la vita prepara, e un prendersi in mano le responsabilità di presente e futuro. Per campare, sin da quand’era piccolissimo, anche lui si è dato a mille mestieri, e ha messo insieme un curriculum di tutto rispetto: è passato dai birilli al bowling a un’industria aerospaziale, dall’esercito alla distribuzione dei giornali, poi è stato contadino, attore, carpentiere, manovale nei ranch, camionista, operaio, demolitore, trapper, marinaio, allevatore, scrittore…<br />
Quello che non torna, però, e l’interrogativo pedagogico che solleva è bizzarro e degno di attenzione, è come dalle tante infanzie e adolescenze dorate e prolungate cui siamo assuefatti scaturiscano spesso, in realtà, adulti aridi; mentre dopo queste obbligate e terribili crescite precoci che rubano l’infanzia ci si ritrovi, settantenni, a giocare su una slitta coi cani.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Il libri di Gary Paulsen<br />
</strong></p>
<div class="col-lg-8 col-sm-8">
<ul>
<li><em>Tra parentesi è indicato l’anno della prima edizione in lingua originale </em></li>
<li><em>L’uomo delle volpi</em>, Mondadori SuperJunior, 1999 (1977)</li>
<li><em>Dancing Carl</em>, Mondadori Shorts, 1999 (1983)</li>
<li><em>La cerva bianca</em>, Mondadori Junior Avventura, 1994 (1984)</li>
<li><em>Il figlio dei ghiacci</em>, Mondadori Junior Avventura, 1994 (1985)</li>
<li><em>Tracce</em>, Mondadori Supertrend, 1996 (1986)</li>
<li><em>Oltre il confine</em>, Mondadori Junior +10, 1997 (1987)</li>
<li><em>Al limite estremo</em>, Mondadori Junior Avventura, 1995 (1987)</li>
<li><em>La stanza d’inverno</em>, Mondadori Shorts, 2001 (1989)</li>
<li><em>Storie</em>, Mondadori Shorts, 2002 (1989)</li>
<li><em>Alla deriva</em>, Mondadori Junior Avventura, 1996 (1989)</li>
<li><em>Il padrone della scuola</em>, Mondadori Shorts, 1997 (1990)</li>
<li><em>La mia indimenticabile estate con Harris</em>, Piemme Il battello a vapore Serie Oro, 1997 (1993)</li>
<li><em>John della notte</em>, Mondadori Junior Gaia, 1996 (1993)</li>
<li><em>Lungo la strada</em>, Mondadori SuperJunior, 1995 (1994)</li>
<li><em>La tenda dell’abominio</em>, Piemme Il battello a vapore, 1999 (1995)</li>
<li><em>L’inverno di Brian</em>, Mondadori Junior Avventura, 1999 (1996)</li>
<li><em>Io e Cookie</em>, Mondadori Shorts, 1997 (1996)</li>
<li><em>Sarny</em>, Mondadori Junior Gaia, 1999 (1997)</li>
<li><em> Il mio amico Harold</em>, Mondadori Shorts, 1998 (1997)</li>
<li><em>I cani della mia vita</em>, Mondadori Shorts, 2003 (1998)</li>
<li><em>Un cuore da soldato</em>, Mondadori Shorts, 2004 (1998)</li>
<li><em>Il pattinatore</em>, Mondadori Shorts, 1999</li>
<li><em>Glass Cafè</em>, Mondadori Shorts, 2000 (2000)</li>
<li></div></li>
</ul>
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		<title>Perché vogliamo che i ragazzi leggano?</title>
		<link>https://hamelin.net/perche-vogliamo-che-i-ragazzi-leggano/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Nicola Galli Laforest]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 15 Jan 2021 09:31:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[BLOG]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Breve introduzione all’editoria per giovani adulti</p>
<p>L'articolo <a href="https://hamelin.net/perche-vogliamo-che-i-ragazzi-leggano/">Perché vogliamo che i ragazzi leggano?</a> proviene da <a href="https://hamelin.net">Hamelin</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><strong>di Nicola Galli Laforest<br />
</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><img decoding="async" class="aligncenter wp-image-11322 size-large" src="https://hamelin.net/wp-content/uploads/2021/01/siora-photography-hgFY1mZY-Y0-unsplash-1024x673.jpg" alt="" width="1024" height="673" srcset="https://hamelin.net/wp-content/uploads/2021/01/siora-photography-hgFY1mZY-Y0-unsplash-1024x673.jpg 1024w, https://hamelin.net/wp-content/uploads/2021/01/siora-photography-hgFY1mZY-Y0-unsplash-300x197.jpg 300w, https://hamelin.net/wp-content/uploads/2021/01/siora-photography-hgFY1mZY-Y0-unsplash-768x505.jpg 768w, https://hamelin.net/wp-content/uploads/2021/01/siora-photography-hgFY1mZY-Y0-unsplash-1536x1009.jpg 1536w, https://hamelin.net/wp-content/uploads/2021/01/siora-photography-hgFY1mZY-Y0-unsplash-2048x1346.jpg 2048w, https://hamelin.net/wp-content/uploads/2021/01/siora-photography-hgFY1mZY-Y0-unsplash-500x329.jpg 500w, https://hamelin.net/wp-content/uploads/2021/01/siora-photography-hgFY1mZY-Y0-unsplash-250x164.jpg 250w, https://hamelin.net/wp-content/uploads/2021/01/siora-photography-hgFY1mZY-Y0-unsplash-600x394.jpg 600w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></p>
<p><strong> </strong></p>
<h3>Gli anni Duemila hanno portato una serie di fenomeni editoriali, megaseller mondiali da record, capaci di lasciare tracce pesanti nell’immaginario collettivo, e anzi di influenzarlo e direzionarlo, con numeri che non si erano ancora mai visti prima. Come ormai sempre accade, l’invasione è stata transmediale, con libri, film, videogiochi, riviste, libri sui film, libri sui libri, centinaia di siti e blog, gadget di ogni tipo. La novità è che gran parte dei titoli che hanno sbancato sono nati esplicitamente per un pubblico adolescente.</h3>
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<p><strong>“Adolescente” però, va subito detto, è un termine sbagliato</strong>: in campo editoriale nessuno si sogna di utilizzare più questa parola, che ha ormai un alone  “farmaceutico”, legato in maniera inscindibile alla parola “crisi”. Si preferiscono oggi (come del resto raccontano i nomi delle collane specifiche), termini più cool, come <em>teens</em>, <em>YA, generazione x </em>o <em>y </em>e via dicendo, e la dizione ufficiale nasce dalla normalizzazione di un riuscito ossimoro: <em>young adults</em>.</p>
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<p>“Giovani adulti” non corrisponde pienamente ad adolescenti, ma sarebbe in realtà riferibile <a href="https://hamelin.net/corsi/letteratura-per-adolescenti-corso-base/">a una fascia d&#8217;età successiva</a>. Da un lato però è rassicurante, perché sposta l’accento dal senso di crisi a quello di stabilità e benessere &#8211; si è riconosciuti già come adulti ma con la freschezza, l’energia e la libertà tipiche dell&#8217;essere giovani. Dall’altro consente di fotografare una nuova società, un&#8217;età di mezzo esageratamente sfocata, che va dalla pubertà ai trentenni avanzati &#8211; una fetta di pubblico davvero appetitosa, come dimostrano le vendite. Come scriveva <a href="https://hamelin.net/abbonati-alla-rivista/">sulla rivista “Hamelin”</a> dieci anni fa, quando si era solo all’inizio dell’ondata e non si poteva ancora prevedere il boom successivo, Francesca Lazzarato, che ha una storia editoriale ben diversa alle spalle, <strong>se l’adolescenza e un&#8217;età della vita, i “giovani adulti” sono piuttosto un target</strong>.</p>
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<p>Ed è su questo target che sta convergendo l’editoria, sia quella cosiddetta per &#8220;giovani adulti&#8221;, sia quella destinata agli adulti, sulla base di un progetto che unifica le età, i gusti, i modi di pensare e le abilità, inglobando l’undicenne come il liceale e, in alcuni casi, anche “giovani adulti” un po’ meno giovani, o addirittura appassiti.<br />
Nel frattempo, non c&#8217;è davvero più alcuna distinzione tra il lettore delle scuole medie e quello adulto. Dall’individuazione di un sottotarget specifico è stato coniato quello che sembra un nuovo genere, esageratamente prolifico, il <strong>“New Adults”</strong>, con un pubblico quasi totalmente femminile: se l’adolescenza è l&#8217;età di mezzo, questa è l&#8217;età di mezzo tra l&#8217;età di mezzo e quella adulta, almeno finché non si avvierà una nuova fascia intermedia, in un ciclo di frammentazioni che tengono tutto insieme.</p>
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<p>Ad oggi, gran parte del “New Adults” è rappresentato nientemeno che da &#8220;Harmony&#8221; con protagonisti più giovani di quelli tradizionali (il campus universitario è l’ambientazione più tipica), copertine cartonate e una collocazione editoriale che sdogana ciò che è sempre passato quasi di nascosto nelle edicole, acquistato e letto con altra consapevolezza e pretese. Insomma, se fino a poco fa i libri per adolescenti non li volevano nemmeno gli adolescenti, che non ci si potevano riconoscere (non tanto nelle storie, quanto nella categoria), ora li vogliono tutti, preadolescenti e adulti, e il risultato è un mastodontico <em>crossover </em>per palati stranamente identici.</p>
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<div style="position: relative;"><div class="lxl-citazione lxl-citazione-destra">Se l’adolescenza e un&#8217;età della vita, i “giovani adulti” sono piuttosto un target</div></div>
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<p>Si sa per esempio che il maggior successo di sempre, la saga di <em>Harry Potter</em>, che si aggira attorno ai 500 milioni di copie vendute, ha un pubblico diviso tra adolescenti e adulti. E, in ordine cronologico, il sentimentalismo di Moccia e dei suoi epigoni, <em>Twilight </em>e il nuovo gotico-rosa che da lì si e riprodotto, <em>Hunger Games </em>e le distopie, la <em>sick-lit </em>con storie di adolescenti che si amano e muoiono delle più terribili malattie, <em>After </em>e la prepotente cascata di fanfiction seguite, tutti scritti per teenager, dominano per mesi le classifiche generali, e <strong>influenzano le nuove produzioni per adulti</strong>.</p>
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<p>Per esempio, le distopie si sono moltiplicate nell’editoria per adolescenti ben prima di approdare agli adulti. Da una fanfiction, un fenomeno in cui si rompe la distanza tra autore e lettore, sviluppatasi dalla passione per <em>Twilight</em>, dunque una saga per adolescenti, ha preso vita l’altro super evento dei nostri anni, che con i ragazzi non dovrebbe avere nulla a che fare, la trilogia soft porno delle <em>Cinquanta sfumature </em>di E.L. James. In pochi mesi di vita questi titoli hanno surclassato il totale dei bestseller dei decenni precedenti. Ma quel che qui più ci interessa e che pone un interrogativo è che fino a pochi anni fa questo settore sembrava un fallimento senza futuro, e i destinatari non riuscivano nemmeno a essere considerati un target di mercato.</p>
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<div style="position: relative;"><div class="lxl-citazione lxl-citazione-sinistra">Deve davvero esistere una narrativa specifica anche per adolescenti? E cos&#8217;è, com&#8217;è, e quali sono le caratteristiche principali, le costanti di un buon libro <em>per </em>adolescenti?</div></div>
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<p>I vari tentativi che nel nostro Paese sono naufragati nonostante la qualità delle proposte, ora, a dispetto di un livello medio piuttosto scarso, sono il settore trainante del mercato. Come mai, nel giro di un solo decennio, tutto è cambiato fino a questo punto? Più navigati gli editori, e più raffinate le tecniche di marketing? Un clamoroso mutamento sociale e antropologico? È stata trovata la regola aurea per fabbricare i libri che si desiderano a una certa età? È cambiata l’idea stessa di letteratura e lettura? Sono cambiati i lettori e le lettrici?</p>
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<p>In Italia, già a metà anni Settanta, si tentano le prime collane per adolescenti, progettate e curate da nomi illustri: Natalia Ginzburg su invito di Rosellina Archinto, sempre in anticipo su tutti, dava forma alla collana &#8220;I Pomeriggi&#8221; per <strong>Emme Edizioni</strong> (1974), “destinata ai giovani tra i 14 e i 17 anni”, con una selezione di racconti lunghi di autori classici (Maupassant, Stevenson, Gogol, Fitzgerald…), cui aggiunse qualche chicca contemporanea, su tutti <em>La guerra dei cioccolatini </em>di Robert Cormier, negli USA molto premiato e molto censurato nelle biblioteche.</p>
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<p>L&#8217;anno dopo, Giulio Bollati seguiva per <strong>Einaudi</strong> la &#8220;Biblioteca Giovani&#8221;, costruita come una sorta di storia del mondo attraverso cinquanta racconti, da Erodoto a Shakespeare a Calvino.</p>
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<p>A tentare il cambio di passo però furono nel 1977 Carmen D’Andrea e Francesco Meotto con i cinquanta titoli della &#8220;Nuovi Adulti&#8221; per la <strong>SEI</strong>, con romanzi di autori classici e contemporanei, e soprattutto la &#8220;Biblioteca Giovani&#8221; degli <strong>Editori Riuniti</strong> (1977) curata da Marcello Argilli, che metteva insieme nuovi titoli con una inedita aderenza alla realtà e alla militanza, ai problemi sociali, alla storia, alla cronaca, con manuali, testimonianze, racconti-documenti (il n.1 della collana e un’inchiesta sul carcere minorile, il secondo un romanzo sulle droghe che anticipa il caso clamoroso di Christiane F.), alternati a romanzi di pionieri del settore, come Paul Zindel, sempre con postfazioni d’eccezione (De Mauro, Mafai, Pertini, Lombardo Radice…).</p>
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<p>Colpisce, in tutti questi casi, la sobrietà della veste grafica e delle copertine, mai ammiccanti, davvero un altro universo rispetto a quelle sfacciate (e spesso brutte) di oggi.</p>
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<p>Una volta aperta la porta al nuovo, pur con tanti anni di ritardo su altri paesi, si poterono sviluppare altre esperienze, e quattro sono quelle che rimangono riferimenti imprescindibili per quello che verrà:</p>
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<li><strong>&#8220;Ex Libris&#8221; di EL</strong> (1988) faceva leva su collegamenti incongrui, e per questo deflagranti, tra romanzi tipicamente adolescenziali e problematiche universali come le droghe, il nucleare, il divorzio, le violenze;</li>
<li><strong>&#8220;Le Linci&#8221; Salani</strong> (1989), con grande attenzione al migliore fantastico, compresi tanti titoli coraggiosi dei grandi della fantascienza alternati a romanzi di formazione;</li>
<li><strong>&#8220;Supertrend&#8221; di Mondadori</strong> (1993), con Francesca Lazzarato e Margherita Forestan che sceglievano romanzi di alta qualità ancora sconosciuti, in cui i “temi” erano solo dettagli all’interno di storie travolgenti;</li>
<li><strong>&#8220;Frontiere&#8221; di EL</strong>, con l’instancabile regia di Orietta Fatucci (1994), in cui spesso i temi erano invece centrali, perché obiettivo era anche rispondere al nuovo bisogno di verità e testimonianze, senza omettere i tabù (sessualità, violenze, anoressia, malattia, morte, depressione), ma sempre sostenuti da storie convincenti e ottimi autori (la collana è aperta da <em>Un amico per sempre </em>di Aidan Chambers).</li>
</ul>
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<p>Ma queste prime collane non sono mai state davvero premiate dalle vendite, e meno ancora dalla comunicazione. Non si sapeva nemmeno dove collocarle, né in libreria né in biblioteca, e il pubblico potenziale non ci si è mai riconosciuto, né forse avrebbe potuto. Oggi l’effetto riconoscimento è invece cosi totale da aver trascinato, mentre tutti siamo convinti che la lettura sia morta, un clamoroso incremento di vendite.</p>
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<h1>&#8212;</h1>
<p>Questa esplosione, l’evidente abbassamento della qualità media e l’omologazione nei temi e nelle forme (sempre più solo in prima persona al presente narrativo, come una telefonata del protagonista al lettore), la dittatura delle fanfiction che ci aspetta, in generale l’iperproduzione del settore, non possono che riportare al centro vecchie domande: <strong>deve davvero esistere una narrativa specifica anche per adolescenti?</strong></p>
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<p>E cos&#8217;è, com&#8217;è, e quali sono le caratteristiche principali, le costanti di un buon libro <em>per </em>adolescenti? Quanti e quali autori lo sanno fare davvero, senza un linguaggio che tradisce un tentativo fallito e ridicolo di mimesi?</p>
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<p>Non è forse meglio mandare lo sguardo più in là, verso la grande letteratura, senza distinzione di età? Non basta quella? E che dire ora della intoccabile e un po’ ambigua bandiera del “piacere” della lettura?</p>
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<p>In definitiva, perché vogliamo che i ragazzi leggano?</p>
<p>L'articolo <a href="https://hamelin.net/perche-vogliamo-che-i-ragazzi-leggano/">Perché vogliamo che i ragazzi leggano?</a> proviene da <a href="https://hamelin.net">Hamelin</a>.</p>
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		<title>Dal nostro inviato nel tempo</title>
		<link>https://hamelin.net/dal-nostro-inviato-nel-tempo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Nicola Galli Laforest]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 13 Jan 2021 12:45:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[BLOG]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Intervista a Mino Milani.</p>
<p>L'articolo <a href="https://hamelin.net/dal-nostro-inviato-nel-tempo/">Dal nostro inviato nel tempo</a> proviene da <a href="https://hamelin.net">Hamelin</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><strong>di Nicola Galli Laforest</strong></p>
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<p><img decoding="async" class="aligncenter wp-image-10478 size-full" src="https://hamelin.net/wp-content/uploads/2021/01/mino-milani.jpeg" alt="" width="978" height="650" srcset="https://hamelin.net/wp-content/uploads/2021/01/mino-milani.jpeg 978w, https://hamelin.net/wp-content/uploads/2021/01/mino-milani-300x199.jpeg 300w, https://hamelin.net/wp-content/uploads/2021/01/mino-milani-768x510.jpeg 768w, https://hamelin.net/wp-content/uploads/2021/01/mino-milani-500x332.jpeg 500w, https://hamelin.net/wp-content/uploads/2021/01/mino-milani-250x166.jpeg 250w, https://hamelin.net/wp-content/uploads/2021/01/mino-milani-600x399.jpeg 600w" sizes="(max-width: 978px) 100vw, 978px" /></p>
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<h3>Il rapporto tra ragazzi e storia è sicuramente misterioso, e anzi sembra diventarlo sempre più: da un lato, la prima percezione è che si sia rapidamente divaricato, che il senso del tempo sia stato irrimediabilmente compromesso dalla spettacolarizzazione spinta e dalla fuga in un eterno presente; dall’altro il filtro di certe storie, libri, film, fumetti, videogiochi, produce, inattesa ma indubbia, grande attenzione, interesse, anche passione. Una dimensione dunque in bilico tra rifiuto e partecipazione, tra essere scoglio e grande risorsa didattica e immaginativa.<br />
Sul raccontare la storia ai ragazzi non si può che <a href="https://hamelin.net/prodotto/oblo-3-mino-milani/">pensare a <strong>Mino Milani</strong></a>, che se ne è occupato al meglio per tanti anni e in mille modi, con un’ottica tutta sua e con grande successo tra i lettori. Gli abbiamo chiesto qualche pensiero sui suoi lavori, e sull’oggi.</h3>
<h1>&#8212;</h1>
<p><em><strong>In quasi tutti i tuoi scritti hai mantenuto un equilibrio tra Storia e storie, tra fatti rigorosamente documentati e creazioni tue. Non c’è mai un intento direttamente didattico, ma sempre un diverso concetto di storia, basato su esperienza umana e avventura. La Storia è sfondo (e sempre accurato), l’Avventura il codice d’ingresso. Come sei arrivato a questa formula? Perchè pensi sia legittima, e anzi fruttuosa?</strong> </em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Perché lo penso? Vedi, quando incontro (anzi, incontravo, ma continuerò a usare il tempo presente) i ragazzi, non manco mai di rammentar loro che non sono nati per generazione spontanea, ma figli dei loro padri e via risalendo nel tempo, quindi nella storia, alla quale non possono sottrarsi, ne siano consapevoli o no. Mi guardano stupiti, perché credono (a ragione) che la storia sia quella materia scolastica che ad alcuni piace, ad altri no; però mi sembra che accettino l’idea d’essere quello che sono, perché venuti al mondo in un certo momento e non in un altro. Come accettano che i sentimenti fondamentali &#8211; paura coraggio amore odio gelosia invidia ammirazione eccetera &#8211; non siano cambiati probabilmente mai; e come pure accettano che l’eclissi in atto dei valori &#8211; amicizia socialità rispetto degli altri lavoro disciplina &#8211; eccetera, non li aiuti a vivere bene. Qualcuno mi chiede se tutto questo sia mai esistito e non sia invece una fantasia pedagogica, domanda pericolosa cui penso si possa rispondere soltanto indirettamente, citando cioè casi ed esempi. Che per tali citazioni si debba talvolta ricorrere alla storia, gli va bene. Sanno che il mondo è cambiato (fino a che punto non lo sa nessuno) però sentono che alla fine, malgrado tutto, tra gli adulti e i ragazzi di un tempo e quelli di oggi, moltissime sono le cose in comune. Quindi accettano di leggere le storie di storia: purché possano in qualche modo riconoscersi nei protagonisti. Questo può essere fruttuoso; e tutto quanto porti a un’onesta lettura è legittimo, penso.</p>
<h1>&#8212;</h1>
<p><em><strong>Che ci si trovi in un Medioevo o a fine Ottocento, anche se si va nel futuro, o se si parla di fantarcheologia, nelle tue storie i particolari, le ambientazioni, i pensieri dei personaggi sono sempre accurati e fedeli. Oggi la tv, fi ilm, i libri e internet stanno in gran parte modificando il nostro sguardo sulla Storia, che è sempre più fiction, ma non dichiarata come tale.</strong> </em><em><strong>Il concetto di “verità storica” vacilla sotto il moltiplicarsi delle fonti, delle “verità false”, dello spettacolo. Solo un passaggio o c’è da prestare attenzione? E quali armi usare?</strong> </em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La verità storica è quella che gli storici possono ricostruire, sulla base di fonti (testimonianze, dirette, scritte o orali, documenti ecc.) giudicate vere o attendibili o probabili, che possono, a loro volta, venire smentite o modificate o contraddette nel tempo, col reperimento di altri documenti e così via. Va da sé che esistono diverse interpretazioni dei fatti e un modo particolare o addirittura tendenzioso di narrarli. In tutto questo lo spettacolo non ha parte, se non la sua, che molto coincide con la ricerca del successo. La storia è una cosa, alla fine, per la solita minoranza colta e, aggiungo io, liberale.<br />
Del resto, la verità storica corre lo stesso rischio di tutte le altre, cioè di non essere quella assoluta, ricordi <em>Rashomon</em> di Kurosawa? Sappiamo da tempo che, banalmente sui giornali, ognuno cerca la sua verità, non quelle di altri. D’una cosa sono invincibilmente persuaso: che se narrare e dire bugie è quasi sempre la stessa cosa, quando si tira in ballo la Storia, ai ragazzi non si debba mentire, almeno quando non si raccontino fiabe. Le bugie le puoi dire agli adulti, più pronti generalmente a scoprirle o a gradirle o a respingerle. È questo solo un passaggio, o c’è da prestare attenzione?, mi chiedi. Non è un passaggio, è un arrivo, è una cosa consolidata e irrimediabile.<br />
Quanto alle armi, ce ne era una sola da usare, l’istruzione, per non dire la cultura. Costavano troppo, prendevano troppo tempo, non sono state usate. Ora è tardi, mi spiace ammetterlo e per questo ho scritto che ce ne era. Oggi occorre puntare sulla minoranza e lasciar perdere il resto. Perché dar libri a chi non vuole leggere?</p>
<h1>&#8212;</h1>
<p><em><strong>Sei stato indubbiamente il pilastro principale del </strong></em><strong>Corriere dei Ragazzi</strong><em><strong>, una rivista molto coraggiosa al tempo e addirittura incredibile oggi. Una rivista d’avventura, ma la cui anima era il rapporto con la Storia, la cronaca, l’attualità, sentite dalla direzione come elementi  capaci di interessare e catturare giovani lettori e lettrici. La percezione che abbiamo oggi è esattamente opposta. A cosa attribuire questa sensazione? Conseguenza del cambiamento dei tempi, della società, dei ragazzi e delle ragazze? Errore di sottovalutazione?</strong></em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Sì, tutto è cambiato ma, temo, nel senso che ha prevalso la presunzione: quella cioè che il nostro tempo sia il migliore, anzi che i più intelligenti, i più avveduti, i più capaci d’affrontare il futuro, insomma i migliori mai venuti al mondo siamo noi; che non c’è problema che non sarà risolto: scienza e tecnologia sistemeranno tutto e, vedrete, subito o quasi. E intanto siamo qui a non sapere come liberarci dal millenario raffreddore e dalle millenarie guerre di religione.</p>
<p>Dici che oggi storia, cronaca e attualità non riescono a interessare e a catturare i ragazzi? Della storia abbiamo già detto, ma cronaca e attualità li interessano e li catturano ancora. Non vedi come trepidano per la Ferrari o per Valentino Rossi, come sono pronti a fotografare, col loro cellulare, scene raccapriccianti o solo scabrose, per poi dividerle con gli amici? Non è questo, d’altra parte, quanto interessa e cattura anche gli adulti? E non è quello che i grandi poteri (un esempio, la cosiddetta Unione Europea) stanno tentando di ottenere, un gregge di gente che consumi, si conformi, obbedisca e si occupi intensamente di banalità e dimentichi la Storia? <strong>E al proposito, perbacco, resistenza ora e sempre.</strong><br />
Sospetti un errore di sottovalutazione? Sottovalutazione di che, del programma del remoto Corriere dei Ragazzi, o dei ragazzi stessi? Nel primo caso, no, la scelta della rivista era coerente e credo giusta; nel secondo, se mai, può esservi un errore contrario, di sopravalutazione cioè delle possibilità (capacità) dei ragazzi di oggi (quelli che leggevano il CdR sono ormai adulti e fisiologicamente lo rimpiangono). Che cosa pretendiamo da loro? Che comincino a capire tutto, a distinguere tutto, che giudichino e scelgano, che abbiano la precisa percezione del loro (nostro) mondo? Via. Rispettiamo i loro sogni, i loro errori; sogniamo un po’ di più e tentiamo, se possibile, di sbagliare di meno. Magari anche d’azzardare di tanto in tanto un colpo d’ali. Quanto al fatto che io sia stato il pilastro del CdR, non lo so, qualcuno lo dice. So d’averci lavorato molto e con molta gioia, questo sì.</p>
<h1>&#8212;</h1>
<p><em><strong>Per il CdR ti sei inventato  rubriche o  serie di grande fascino e immediato successo, rese in immagini dai più grandi illustratori e fumettisti: penso a </strong></em><strong>Dal nostro inviato nel tempo</strong><em><strong>, </strong></em><strong>I grandi nel giallo</strong><em><strong>, </strong></em><strong>La parola alla Giuria</strong><em><strong>, </strong></em><strong>Uomini contro e Uomini Pro</strong><em><strong>. Ci racconti qualcosa? Come sceglievi i personaggi (da Elena di Troia a Marilyn, da Giotto a Custer&#8230;) e le storie?</strong></em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Raccontare qualcosa di quello? Brevissimamente, però, a non correre il rischio di parlare di me. Li vedo da lontano, ormai, quel tempo e quel lavoro. Erano entrambi belli, richiedevano intensità, convinzione, fantasia; ti chiamavano a esprimere quanto sapevi, a riprodurre in storia parole e immagini quanto forse avevi sognato di vivere. Mi permettevano di giocare con i personaggi che m’avevano intrigato, affascinato, irritato, e tutto quanto si può pensare. Sono contento di averli vissuti, quei tempi; e pochi sceneggiatori, credo, debbono, come me, avere avuto la fortuna di collaborare con i più grandi illustratori e fumettisti, hai detto bene.</p>
<h1>&#8212;</h1>
<p><strong><em>Hai riscritto o dilatato dei miti, e ti sei permesso di inventare, partendo da alcune tracce, momenti della vita di personaggi della storia e del nostro immaginario come Garibaldi o San Rocco. È un possibile altro modo per fare Storia?</em> </strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ah sì, credo di sì. Da secoli i miti vengono riscritti e dilatati, e anche per questo resistono e restano sempre attuali. E un protagonista della Storia, esse maiuscola, non può non esserlo anche della leggenda; entrambe le cose, se lealmente raccontate, contribuiscono a fare conoscere il personaggio e magari addirittura a farlo amare. Se io amo Garibaldi e amo San Rocco, perché non proporli all’amore di altri? Allo scopo, trovo legittima anche l’invenzione di episodi o di situazioni: sempre che sia coerente ai personaggi, dichiarata come immaginaria e non fatta passare per verità. È un modo possibile non per fare storia, ma per raccontarla.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em> </em></p>
<p><em>Questa intervista è stata pubblicata sul numero 27 della rivista &#8220;Hamelin&#8221;,</em> Storia e storie<em>, del 2011. </em></p>
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		<title>Il mondo salvato dai ragazzini: nuove distopie</title>
		<link>https://hamelin.net/distopie-e-fantascienza-nei-libri-per-ragazzi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Nicola Galli Laforest]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 13 Dec 2020 10:35:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[BLOG]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://hamelin.net/?p=10287</guid>

					<description><![CDATA[<p>Fantascienza sociale e nuove forme di distopia nei romanzi contemporanei per ragazze e ragazzi</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;"><span style="color: #808080;"> </span></p>
<p style="text-align: center;"><strong>di Nicola Galli Laforest</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;">Questo articolo è stato pubblicato sul n. 43 della rivista “Hamelin”, <a href="https://hamelin.net/prodotto/hamelin-43-visione-laterale-riflessioni-sullo-sguardo/"><em><strong>Visione laterale</strong></em>, </a>uscito nel 2016.</p>
<p>&nbsp;</p>
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<h3>Nello sconsolante panorama editoriale che si va configurando, nel rapido e invadente moltiplicarsi di tanta narrativa per adolescenti sempre più dozzinale, dai contenuti che puntano tutto sul conformismo, c&#8217;è da segnalare una forma nuova, forse l&#8217;unica vera novità, interessante e viva, che vale la pena evidenziare indipendentemente dagli esiti qualitativi.<br />
L’ impressione è che non si tratti di diverse proposte sporadiche, ma di un filone autonomo che potremmo definire di <strong>fantascienza sociale</strong>.</h3>
<h1>—</h1>
<p>La fantascienza, nel senso più largo del termine, non ha mai davvero attecchito in Italia: anche i grandi autori come Dick, Ballard, Bradbury, per non dire di Clarke o Sturgeon, sono arrivati tardi e hanno conquistato solo una nicchia, persino negli anni d&#8217;oro del genere. Fatta salva la fantascienza cinematografica delle astronavi esplose, dei marziani ripugnanti, dei raggi laser, insomma, di pura azione, il genere non ha mai raggiunto una vera popolarità, e quasi non ha lasciato tracce nell&#8217;editoria per ragazze e ragazzi. I pochi esperimenti tentati sono naufragati in fretta, e per ovvi motivi non sono più stati proposti. Ed è noto a chiunque lavori con i giovani che la fantascienza è tra tutti il genere più bistrattato, l&#8217;unico a non raccogliere alcun consenso e molte bocche storte.<br />
Di recente però si è affacciato un filone di grande fascino e intelligenza, senza effetti speciali, il cui tema principale è <strong>la politica</strong> intesa nel senso più nobile: una riflessione sulla <em>polis</em>, in barba al senso comune che vuole le nuove generazioni disimpegnate e acritiche.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>In realtà, la letteratura per l&#8217;infanzia ha sempre avuto una forte carica “sovversiva”, di critica sociale, violenta quanto nessun altro ambito poteva avere, in virtù del suo forzato isolamento, del suo essere piccola e laterale: ci sono più attacchi alla società ne <em>L’isola del Tesoro</em>, <em>Le avventure di Huckleberry Finn</em>, <em>I ragazzi della via Pal</em>, <em>La guerra dei bottoni</em> e via dicendo che in tanti pamphlet politici.<br />
Nei nuovi romanzi che ho in mente, però, si piccona più in alto, perché nel frattempo ci sono stati i lager e le atomiche, le dittature che hanno trasformato gli uomini in bestie o in macchine, gli stermini di massa, l&#8217;epurazione e forse la fine dell&#8217;umanesimo; ci sono stati <a href="https://www.bookdealer.it/libro/9788804735823/il-mondo-nuovo-ritorno-al-mondo-nuovo" class="broken_link"><em>Un mondo nuovo</em> di Huxley</a>, <a href="https://www.bookdealer.it/libro/9788817154468/1984" class="broken_link"><em>1984</em> di Orwell</a>, <a href="https://www.bookdealer.it/libro/9788804665298/fahrenheit-451" class="broken_link"><em>Fahrenheit</em> 451 di Bradbury</a>, <em>Blade</em> <em>Runner </em>e<em> Matrix</em>… Insomma, <strong>nell’immaginario collettivo e non solo, abbiamo distrutto il mondo, e l&#8217;umanità ha perso</strong>. Proprio questi titoli sono i riferimenti, palesi o nascosti, dei romanzi che propongono nuovi modelli di distopia, o antiutopia, ben ancorati al nostro presente.</p>
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<p>A questi elementi si sono sommate anche forze e paure nuove, tensioni emotive legate ai cambiamenti della nostra epoca, a volte già evidenti a volte ancora da scoprire. La fantascienza, da questo punto di vista, si rivela uno straordinario barometro, che può farsi anche felice strumento didattico. Scriveva a tal proposito <strong>Aldo Carotenuto</strong>:</p>
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<blockquote><p><em>“La stretta relazione che la fantascienza ha instaurato tra immaginario collettivo ed evoluzione sociale, culturale e scientifica degli ultimi due secoli costituisce, al pari della mitologia dell&#8217;antica Grecia delle grandi religioni, una sorta di mappa archetipica. Taluni leitmotiv simbolici, peraltro da sempre radicati nella psiche umana, si sono via via rafforzati, mettendo in luce gli aspetti più significativi delle paure di fine millennio. Rintracciarne le linee le progressioni di sviluppo significa, in un certo qual modo, determinare il livello evolutivo della psiche collettiva contemporanea.”</em></p>
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<p>Per esempio, sullo sfondo di queste (e di tante altre) storie dei nostri giorni, c&#8217;è sempre un Grande Burattinaio, un meccanismo di controllo totale che vede e sente tutto. Qualcuno o qualcosa (un comitato di adulti, una commissione d&#8217;esame, un&#8217;istituzione, un computer, le multinazionali…) che ha già deciso per noi e telecomanda le nostre vite; c&#8217;è un aria di complotto, di sospetto reciproco, di impossibilità di uscire dai binari stabiliti. Ci sono regolamenti rigidi e perentori, o norme non scritte ma incise nei cervelli, vuoi per buone e obbligate abitudini sociali, vuoi per condizionamenti e indottrinamenti, vuoi per vere e proprie intrusioni fisiche. C&#8217;è un pendolo continuo tra lo stato di totale ordine, quello di ogni utopia in cui ogni cosa ha il suo posto e lì deve stare, e il sentore di uno sfacelo materiale (che naturalmente ha un suo ben nascosto contraltare morale) e di una decadenza che già si è verificata e che continua, nonostante tutte le coperture, a rosicchiare spazi.</p>
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<div style="position: relative;"><div class="lxl-citazione lxl-citazione-sinistra">nel mondo ereditato dalle nuove generazioni si può solo essere cavie o clienti; anche la scuola e le nuvole sono marchi registrati, tutto è bene di consumo, e l&#8217;unico status permesso è quello di acquirente progettato per essere felice, persino in punto di morte</div></div>
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<p>Non può essere un caso che certi elementi ritornino storie tanto diverse:</p>
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<li>essere sopravvissuti a un&#8217;apocalisse che ha falciato l&#8217;umanità, causata non da errori ma dal progresso della scienza (<em>Genesis, Brutti, Perfetti, Ember</em>);</li>
<li>uno stato di costante crisi energetica (<em>La battaglia d&#8217;inverno, La dichiarazione, Ember, Genesis); </em></li>
<li>una divisione in caste sociali stagne, e l’eliminazione o la reclusione dei diversi e dei non conformi;</li>
<li>la rimozione della memoria, collettiva e personale, anche attraverso interventi chirurgici;</li>
<li>la presenza di spazi di segregazione o zone off limits;</li>
<li>l&#8217;assenza fisica dei genitori (<em>Brutti, Perfetti, La battaglia d&#8217;inverno, La Dichiarazione, Genesis, Ember, Feed, Lunamoonda</em>)</li>
<li style="text-align: left;">la presenza di scuole, collegi, orfanotrofi; di luoghi gelidi e senz&#8217;anima come laboratori o catene di montaggio, o addirittura prigioni per adolescenti da rieducare;</li>
<li style="text-align: left;">un elemento nascosto ma sempre presente e fondamentale, è un senso di colpa non ben identificabile che i giovani protagonisti si portano dietro, annidato da qualche parte nel passato, come un marchio, una lettera scarlatta: un peccato dei genitori, o di qualche avo, ereditato, o commesso chissà quando e rimosso, che pesa come un macigno.</li>
</ul>
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<h2>Il senso del destino</h2>
<p>Una delle parole (e dei temi) più ricorrenti è <strong><em>destino</em></strong><em>.</em> Mi sono sentito un po&#8217; dentro una di queste distopie qualche tempo fa nello spazio “giovani adulti” di una grande libreria, trovandomi di fronte a un muro di copertine che riportavano proprio questa parola nel titolo o nel sottotitolo. Evidentemente c&#8217;è un interesse che va in quella direzione, che fa il paio con gli innumerevoli “eroi eletti” in circolazione in questi anni.<br />
Linus Hoppe (sottotitolo: <strong><em>Contro il destino</em></strong>) è il protagonista di un interessante romanzo: arrivato alla fine della scuola, in attesa dell&#8217;esame davanti al Grande Computer che sceglierà per lui in quale &#8220;livello&#8221; dovrà passare la vita, cerca di capire ciò che nessun adulto può discutere: “Qual è il mio destino?”, si chiede. &#8220;Posso ancora modificare le cose?&#8221;.<br />
Tutto sembra accadere come se la storia fosse già stata scritta. La domanda, qui esplicita, circola sempre nelle menti dei protagonisti, o dei lettori, di questo filone narrativo.</p>
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<p>Si tratta infatti di libri che ci parlano di un mondo inscatolato, ordinato e a portata di mano come gli scaffali di un supermercato, con un mucchio di ragnatele e cose vecchie, lasciata a marcire lontano dallo sguardo. L&#8217;importante è che tutto sia visivamente accattivante. Nel mondo ereditato dalle nuove generazioni si può solo essere cavie o clienti; anche la scuola e le nuvole sono marchi registrati, tutto è bene di consumo, come nella distopia di Huxley, e l&#8217;unico status permesso è quello di acquirente progettato per essere felice, persino in ospedale, o in punto di morte: “La prima cosa che ho sentito era che non avevo credito&#8221;, ci comunica Titus appena dopo essere stato ricoverato. Come quasi tutti, vive con microchip nel cervello che gli suggerisce continuamente cosa fare, cosa comprare, e trasmette senza tregua banner pubblicitari, permettendogli di vivere a occhi chiusi, senza parlare, senza sentire emozioni, senza pensare.</p>
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<div style="position: relative;"><div class="lxl-citazione lxl-citazione-destra">nell’immaginario collettivo e non solo, abbiamo distrutto il mondo, e l&#8217;umanità ha perso. Proprio questi titoli sono i riferimenti, palesi o nascosti, dei romanzi che propongono nuovi modelli di distopia, o antiutopia, ben ancorati al nostro presente</div></div>
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<p>Dunque <strong>il mondo adulto ha rubato il presente a ragazze e ragazzi</strong>, e loro si sono adattati di buon grado, hanno rinunciato al libero arbitrio in cambio di una vita semplificata, in cui l&#8217;ipocrisia è accettata come moneta di scambio nei rapporti interpersonali.<br />
In <em>1984</em> Orwell fa torturare Winston per “crimini di pensiero”; ne <em>Il mondo nuovo</em>, Huxley non vede la necessità di arrivare a tanto, basta il “soma”, una droga miracolosa&#8230; In questo filone fantapolitico i destinatari delle cure sono direttamente gli adolescenti,  nel momento di passaggio: <a href="https://www.bookdealer.it/libro/9788804614050/beauty-la-trilogia-brutti-perfetti-speciali" class="broken_link">in <strong><em>Brutti</em></strong>, e nel successivo <strong><em>Perfetti</em></strong></a>, Westerfeld dispone che il giorno del sedicesimo compleanno ragazze e ragazzi siano  sottoposti a un intervento chirurgico capace di renderli fisicamente perfetti, avvicinando ogni corpo a un ideale estetico scelto da un’apposita commissione. Una volta eseguita l&#8217;operazione (che naturalmente cambia anche certe parti del cervello), i ragazzi e le ragazze vanno a vivere su un&#8217;isola, dove se la spassano per tutto il tempo, per sempre separati dai “brutti”.</p>
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<p>In Linus Hoppe è l&#8217;esame di maturità che distribuisce i candidati nelle diverse classi sociali cui li ha assegnati il <em>destino</em>, in una società simile a quella della <em>Repubblica</em> di Platone, richiamata esplicitamente anche in <em>Genesis</em> (anche qui durante un esame scolastico), a sottolineare che è proprio nell’Utopia, nella perfezione, che si annida inevitabilmente la morte dell&#8217;uomo.<br />
In <em>Feed</em> invece si lavora direttamente sui neonati, inserendo nel loro corpo un microchip che li guida.<br />
Il mondo è così truccato che in diversi casi, procedendo con la lettura, scopriamo di trovarci di fronte a veri e propri esperimenti scientifici e sociali di cui ragazzi e ragazze sono vittime, o che il loro esame di maturità, l&#8217;unico rito di passaggio rimasto, non è altro che un modo per riconoscere i liberi pensatori e farli fuori.<br />
In questa situazione che prelude naturalmente al rapido declino dell&#8217;umanità, c&#8217;è per fortuna qualcuno che alza la testa tra i giovani e si fa paladino del cambiamento.</p>
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<h2>Ragazze ribelli e fanciulli divini</h2>
<p>In un intervento dal titolo <a href="http://www.societasalutediritti.com/rassegnastampa/20050609IOEORWELL.htm"><em>Io e Orwell</em>. <em>Dopo l’11 Settembr</em>e, Margaret Atwood</a> diceva:</p>
<blockquote><p>“La maggior parte delle distopie &#8211; inclusa quella di Orwell &#8211; è stata scritta da uomini e loro punto di vista è maschile. Quando le donne vi compaiono, hanno il ruolo di automi asessuati oppure di ribelli che sfidano le regole sessuali del regime. Agiscono come tentatrici del protagonista maschile, per quanto lui gradisca questa tentazione”.</p></blockquote>
<p>Il caso, o forse no, ha voluto contraddirla, e in quasi tutti questi romanzi la ribellione, l&#8217;accensione del pensiero, la coscienza trainante è invece femminile, una ragazza, pur rimanendo intatto lo schema che prevede per il verificarsi del risveglio l&#8217;arrivo di un esca del sesso opposto. Come dire, però, con una giovane coppia, che l&#8217;umanità può forse ripartire laddove gli adulti hanno da tempo perso il controllo sulla loro utopia, ormai avariata e corrotta, senza essersene accorti.</p>
<p>Queste giovani coppie hanno molto della figura archetipica, presente in tutte le mitologie e religioni, del “<strong>fanciullo divino</strong>”, il giovane mandato dal cielo per riportare speranza laddove è sparita. Di solito questa figura non ha genitori, e anche la condizione di colpa/innocenza è tipica del fanciullo divino così come il dover affrontare pericoli spropositati. L&#8217;importanza del bimbo come simbolo di nuova vita è del resto rimarcata dalla presenza fintamente secondaria, ma sempre di forte impatto, di un bambino più giovane vicino alla coppia protagonista. E ancora, per esaltare le nuove forze vitali, che vanno oltre i limiti imposti dalla coscienza, e l’imperativo etico che le spinge, è necessario che la sfida comporti un sacrificio.</p>
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<h2>Effetto Crono</h2>
<p>Spesso si verifica un “effetto Crono”: il Grande Padre non ci sta, e fa di tutto per eliminare il pericolo. Gli adulti fanno quadrato e impediscono ai giovani di svegliarsi rinascere, e se questi ci riescono la soluzione è solo una, quella attuata dal re sotto il quale nacque il <em>fanciullo divino Gesù</em>. Il meccanismo corrisponde così chiaramente che in <a href="https://www.bookdealer.it/libro/9788850244348/lunamoonda" class="broken_link"><em>Lunamoonda</em></a>, in cui si raccontano le avventure di una banda di ragazzi che si batte contro un mondo a metà tra <em>1984</em> e <em>Matrix</em>, con un colpo di genio Bruno Tognolini ha chiamato il programma al quale questi sono sottoposti <em>Herode necessario</em>.</p>
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<p>E qui veniamo allo scoperto: è così necessario controllare le nascite per mantenere la propria posizione che proprio su questo si basa uno dei migliori romanzi del 2008 ascrivibile a questo filone. <strong><em>La Dichiarazione</em></strong> di Gemma Malley,  ambientato in una scuola-carcere che ospita 500 giovani, dichiarati illegali, che qui imparano a “Stare al proprio posto” e a “dare l’impressione di non esistere”.</p>
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<div style="position: relative;"><div class="lxl-citazione lxl-citazione-destra">gli intellettuali, l&#8217;arte, il pensiero, la ricchezza linguistica o estetica sono da guardare con sospetto e rimuovere; non servono a formare ma, sempre, a riprodurre come un virus esseri senz&#8217;anima né cervello</div></div>
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<p>La catastrofe nasce da un grande successo della scienza medica, il più alto: si è sintetizzata una Pillola di Longevità che, se assunta ogni giorno, elimina la morte. Ma se nessuno muore, nessuno può nascere, e chi decide di prendere la pillola firma una Dichiarazione in cui rinuncia ad avere figli: una vita per una vita (la regola non si applica solo ai potenti).<br />
Grazie ai cacciatori che snidano eventuali neonati clandestini, in circolazione ci sono così solo adulti, e qualche adolescente diventato Risorsa Utilizzabile, schiavo di qualche famiglia. Eccedenza Anna, alla soglia del passaggio per uscire dal collegio e diventare Risorsa, incontra uno strano coetaneo, apre gli occhi e insieme a lui tenta di scardinare il sistema.<br />
L&#8217;intera trama si dipana secondo i ritmi e le tecniche tipiche del <em>feuilleton, </em>con istituzioni corrotte, fughe rocambolesche, sotterranei, <em>villains </em>sadici dal passato oscuro, e persino anelli con sigillo e misteriose voglie sulla pelle che preludono ad improbabili agnizioni: i cattivi sono padri e madri che hanno dunque imprigionato e quasi ucciso i figli.</p>
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<h2>Scienza e distopia</h2>
<p>Una storia antichissima, che torna in forma nuova. In questo, e in altri casi, “l&#8217;effetto Crono” ha la sua molla nella scienza: Prometeo ha rubato il fuoco e lo ha usato prima di capirne le conseguenze, basti pensare a tutte le storie che toccano direttamente o lateralmente la clonazione o l’eugenetica (<em>Genesis</em>, <em>Feed</em>, <em>La battaglia d&#8217;inverno</em>, <em>Lunamoonda</em>…). L&#8217;uomo gioca a fare Dio e perde l&#8217;umanità, ma qui  l&#8217;obiettivo del dottor Frankenstein è ribaltato, e la scienza non serve per dare vita ma per toglierla, o renderla utile ad altri.<br />
Infatti anche la scuola non è più un’istituzione educativa: gli intellettuali, l&#8217;arte, il pensiero, la ricchezza linguistica o estetica sono da guardare con sospetto e rimuovere; non servono a formare ma, sempre, a  riprodurre come un virus esseri senz&#8217;anima né cervello. Così come l&#8217;umanità come malattia che consuma la terra è un altro concetto sempre presente.</p>
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<p>Al di là del ruolo della scienza come radice della distopia, la vera questione è prettamente politica, e ci suggerisce però un insospettabile livello di attenzione verso questi temi: la società che si va costruendo rischia, per autoriprodursi o per evitare di autodistruggersi, di rinunciare alle caratteristiche più umane. E in queste storie, tolto qualche raro esempio di adulto dissidente, che vive in clandestinità, isolato e perseguitato, sono solo i giovani a tentare lo strappo.</p>
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<p>L&#8217;inizio del cambiamento è spesso annunciato da una ferita, da un incidente, da una patologia,  da un tilt del cervello, e i risvegli o gli strumenti di lotta non possono che essere tratti dai tempi in cui il mondo non era un marchio registrato: la scrittura a mano, vietata o dimenticata, il colloquio diretto, l&#8217;arte, la narrazione, il dialogo socratico, addirittura una vecchia statua di un Santo protettore, oppure semplicemente la luce naturale di una candela o l&#8217;effetto di una strizzata d&#8217;occhio servono a ricordare cosa ci rende umani, e permettere a ragazze e ragazzi di risollevare il mondo ereditato, ormai in pezzi.</p>
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<h1>—</h1>
<p><strong>Nicola Galli Laforest </strong>fa parte dell’associazione Hamelin, con cui si occupa di studio e divulgazione della letteratura per l’infanzia e l’adolescenza. Cura progetti di promozione della lettura nelle scuole secondarie di I e II grado,  scrive saggi, cataloghi e guide bibliografiche, e tiene corsi di aggiornamento per insegnanti, bibliotecarie ed educatori.</p>
<p>L'articolo <a href="https://hamelin.net/distopie-e-fantascienza-nei-libri-per-ragazzi/">Il mondo salvato dai ragazzini: nuove distopie</a> proviene da <a href="https://hamelin.net">Hamelin</a>.</p>
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		<title>La pubertà nella letteratura per adolescenti</title>
		<link>https://hamelin.net/la-puberta-nella-letteratura-per-adolescenti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Nicola Galli Laforest]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 15 Sep 2020 09:31:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[BLOG]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Storia, temi e pericoli del fenomeno "young adults" nella letteratura contemporanea.</p>
<p>L'articolo <a href="https://hamelin.net/la-puberta-nella-letteratura-per-adolescenti/">La pubertà nella letteratura per adolescenti</a> proviene da <a href="https://hamelin.net">Hamelin</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><strong>di Nicola Galli Laforest</strong></p>
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<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-large wp-image-9899" src="https://hamelin.net/wp-content/uploads/2020/09/SNIFF-Pag-125-1024x532-1024x532.jpg" alt="sniff" width="1024" height="532" srcset="https://hamelin.net/wp-content/uploads/2020/09/SNIFF-Pag-125-1024x532.jpg 1024w, https://hamelin.net/wp-content/uploads/2020/09/SNIFF-Pag-125-1024x532-300x156.jpg 300w, https://hamelin.net/wp-content/uploads/2020/09/SNIFF-Pag-125-1024x532-768x399.jpg 768w, https://hamelin.net/wp-content/uploads/2020/09/SNIFF-Pag-125-1024x532-500x260.jpg 500w, https://hamelin.net/wp-content/uploads/2020/09/SNIFF-Pag-125-1024x532-250x130.jpg 250w, https://hamelin.net/wp-content/uploads/2020/09/SNIFF-Pag-125-1024x532-600x312.jpg 600w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></p>
<p style="text-align: left;"><span style="color: #808080;">[© Antonio Pronostico, Fulvio Risuleo, <em>Sniff</em>, Coconino Press &#8211; Fandango, 2019]</span></p>
<h1>&#8212;</h1>
<h2>Il fenomeno <em>young adults</em></h2>
<p>Nel 2018 l’editoria italiana per ragazze e ragazzi ha registrato un impressionante +30%, sia nel numero di nuovi titoli che delle tirature medie, dopo una crescita costante per tutti gli anni Duemila: un vero rompicapo in un periodo di crisi economica, e considerato che il numero dei lettori continua a scendere.<br />
Parte del fenomeno è senz’altro dovuta anche all’espansione, ad ora senza freni, dei nuovi prodotti per adolescenti, un target che in precedenza non si riusciva a conquistare, nonostante collane specifiche di buona qualità.<br />
Un sintomo sociale da tenere in considerazione: <strong>“prima” (della mutazione?) i libri per adolescenti in Italia non li voleva nessuno</strong>, era impossibile riconoscersi per i possibili destinatari, e in biblioteca e libreria non si sapeva dove metterli. “Dopo”, sono diventati una leva formidabile che ha portato i maggiori megasellers a livello planetario, fenomeni da decine di milioni di copie, che a loro volta si sono fatti capostipiti di sottoboschi infiniti: dopo i numeri inauditi della saga di Harry Potter ci sono stati <em>Twilight</em> e tutti i vampiri, licantropi eccetera innamorati; <em>Hunger Games</em> e centinaia di romanzi distopici; gli amori tra ragazzini malati; e ora è la volta delle storie di chi non scrive professionalmente: le fanfiction lettissime online, gli insopportabili youtuber, blogger, influencer.<br />
Va anche detto che <strong>non pochi grandi successi per “adulti” sembrano pescare stilemi e forme narrative dai libri per ragazzini</strong>, quando non vengono direttamente da lì (a dirne una, <em>Cinquanta sfumature di grigio</em> nasce come fanfiction di <em>Twilight</em>); ed è anche vero che tanti libri pensati per teenager sono letti dagli adulti. Insomma, <strong><em>prima </em>nessuno si riconosceva come adolescente, oggi tutti.</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Si inserisce qui un secondo paradosso: <strong>“adolescente” è un termine che in editoria è stato bandito</strong>, troppo farmaceutico, bloccato com’è in maniera inscindibile nel binomio “crisi adolescenziale”, e sostituito dalla dizione vincente, naturalmente in inglese, <strong><em>young adults</em></strong>: giovani e adulti, in una bolla temporale allargata in cui non si hanno più i freni oggettivi e le goffaggini dell’essere ragazzini, e non si hanno ancora le responsabilità che verranno: <strong>la pubertà è saltata a piè pari</strong>, tutti giovani ma già adulti. Uno spasso.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>In questo contesto non possono che cambiare anche le regole del <strong>romanzo di formazione</strong>: non c’è più al centro lo scorrere del tempo, la lenta costruzione di proiezioni su chi si vuole diventare, lo sguardo verso il futuro, ma piuttosto ci sono vere <em>detection</em> sul passato e su verità nascoste, proprie e della famiglia, e a volte della società: non viene ridefinito un rapporto col mondo, ma con gli adulti, di cui si scoprono le magagne, le piccolezze. C’è spesso il fare i conti con la rivelazione di un non detto fondamentale, di una serie di menzogne che sono state tessute e che vanno svelate per poter sbloccare un reale accesso a sé e al mondo. <strong>Tutto è già stato</strong>, e anche le prepotenti trasformazioni del corpo sono saltate, già avvenute o non dette.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Naturalmente non è così in tutti i casi, ci sono autori che hanno provato ad esplorare il misterioso farsi di una nuova identità fisica, psichica e sociale, ma si tratta di mosche bianche. Tolti i titoli più pecorecci, l’attenzione al corpo e al difficilissimo farsi di un confronto con l’io e con i pari si trova forse nell’ondata di titoli che ruotano attorno all’identità di genere, che sembrano comunque una nuova declinazione in un più ampio campo di legittimazione della propria diversità.</p>
<h1>&#8212;</h1>
<h2><strong>Icone del nuovo millennio<br />
</strong></h2>
<p>La <strong>diversità radicale</strong> è la parola d’ordine, nei buoni libri come in quelli dozzinali: <strong>non esistono protagonisti “normali”</strong>, tutti hanno una propria anomalia che rende di fatto impossibile il reale inserimento nella società, tra i pari o nel mondo adulto. Forse la più chiara icona degli anni Duemila, il personaggio più rappresentativo (e davvero molto rappresentato), è il preadolescente con handicap o disturbi mentali lievi, soprattutto nello spettro dell’autismo, soprattutto Asperger, a partire dall’ormai antico <em>Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte </em>(M. Haddon)<em>,</em> poi moltiplicatosi in mille nuove storie.</p>
<p>Chissà che questa nuova ardua <strong>ricerca di un’identità contro tutto</strong>, e di un proprio posto nella comunità ristretta anche quando sembra impossibile, non sia anche un motore dell’invasione della <em>sick-lit</em>, la narrativa che superando ogni tabù si è messa a raccontare, con impressionante successo, di ragazzini con patologie gravi e invalidanti anche rispetto allo stare con gli altri, dalla deformazione craniofacciale di <em>Wonder</em> ai tanti giovanissimi pazienti oncologici che cercano una propria strada alle relazioni, al sesso, ai sentimenti (<em>Colpa delle stelle</em>;<em> Bianca come il latte rossa come il sangue</em>;<em> Braccialetti rossi</em>&#8230;)<em>.</em></p>
<p>[immagine 1]</p>
<h1>&#8212;</h1>
<h2><strong>Ritorno dell&#8217;orfanezza<br />
</strong></h2>
<p>La condizione di partenza dei preadolescenti raccontati è sempre più di gran svantaggio: per esempio non solo permane, ma <strong>aumenta la sua presenza il topos dell’orfano</strong>: ce ne sono quasi più oggi, nei libri, che in Dickens. Quello che era uno specchio oggettivo della società è oggi un dato metaforico, oltre a rimanere un espediente narrativo per liberare i ragazzi, e farli crescere in santa pace.<br />
E anzi, <strong>oggi l’orfanezza è doppia</strong>: una presenza tipica nei libri per ragazzi è diventata quella del <strong>trasloco</strong>, che porta ad uno sradicamento e ad una solitudine obbligati, e apre le possibilità ad una nuova nascita.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>C’è poi da dire che <strong>l’orfanezza non riguarda solo l’assenza dei genitori, ma anche della società</strong> e della comunità stretta, che fa al massimo da carta da parati: e quando la società c’è, è quella totale e asfissiante delle distopie, fenomeno esclusivo degli anni Dieci. Lì il controllo è assoluto anche sulla pubertà, con l’ossessione per il rito iniziatico inteso come cerimonia sociale, che è viceversa scomparso nella realtà e in qualsiasi altra narrazione.<br />
Dal precursore <em>The Giver</em> (tetralogia di Lois Lowry,) alle punte emerse dell’iceberg <em>Hunger game</em>s e <em>Divergent,</em> tutto il genere regola l’ingresso del preadolescente nella comunità con momenti pubblici in cui sono gli adulti ad attribuire agli iniziandi un ruolo, senza che loro debbano fare, pensare, scegliere niente. Ma in questa fantascienza tutto è algido, mentale, non c’è corpo. Fatto salvo certo fantastico, che trova vie metaforiche decisamente interessanti per raccontare la trasformazione fisica, <strong>il corpo è un tabù</strong>.</p>
<h1>&#8212;</h1>
<h2>Il tabù del corpo</h2>
<p>Un esempio recente del nostro terrore: <strong><em>Hotel Grande A </em></strong>(Sjoerd Kuyper, 2017) è un fresco romanzo olandese giustamente molto premiato, una straripante commedia degli equivoci in cui quattro ragazzini devono gestire da soli un grande albergo isolato. Ha creato non solo divisioni, ma anche <strong>esplicite richieste di censura</strong> in tante scuole medie da parte di genitori preoccupati, se non turbati, per una scena in cui il protagonista accetta di travestirsi da ragazza per partecipare ad un concorso di bellezza, si nasconde il pisello con lo scotch, si mette tette finte.<br />
È tra l’altro uno dei rari casi, tra quelli che toccano direttamente le trasformazioni della pubertà, di romanzo ambientato nella contemporaneità. Stranamente infatti, in epoca di presente e presente narrativo obbligato, in cui la voce del narratore deve essere una sorta di telefonata al lettore, quasi tutte le opere che sanno parlare della metamorfosi di un corpo, di un pensiero e di un agire sociale, sono calate in un’epoca passata, e con alcune costanti, probabilmente per il loro portato simbolico di passaggio.</p>
<h1>&#8212;</h1>
<h2>Passati e passaggi</h2>
<p>Sono sempre <strong>momenti di profondo cambiamento storico</strong>, reale o metaforico, per esempio nella narrativa americana gli anni della Grande Depressione o i primi anni Sessanta, per quella inglese l’ambiguità vittoriana, o i bombardamenti della Seconda Guerra. I primi anni Trenta, che sanno di fine di un mondo, col crollo delle certezze degli adulti e la povertà diffusa che spinge forzatamente all’avventura, sono scenario ideale per le <strong>storie di passaggio</strong>, basate sullo svelamento del lato oscuro della società: dal classico <em>Il buio oltre la siepe </em>ai tanti romanzi di Joe Lansdale che da lì pescano a piene mani (anche quando li ambienta negli anni Cinquanta), dagli orfani viaggiatori di <em>Paper Moon</em> (J. D. Brown; film di P. Bogdanovich) a quelli di piccole perle di oggi come <em>L’indimenticabile estate di Abilene Tucker </em>(C. Vanderpool) o<em> Il ragazzo con il futuro nella valigia </em>(C.P. Curtis), la Grande Depressione sembra terreno davvero fertile per segnare il passo della pubertà, con protagonisti immancabilmente preadolescenti.</p>
<p>Oppure l’anno 1900: in equilibrio franoso tra due epoche, è lo scenario di <em>Picnic ad Hanging Rock, </em>appena diventato miniserie tv (romanzo di J. Lindsay, 1967; film di P. Weir, 1975), ma anche del nuovo classico <em>L’evoluzione di Calpurnia</em> e <em>Lo strano mondo di Calpurnia</em> (J. Kelly). Qui la protagonista, appassionata di bestie e piante, sfugge all’identità che famiglia e comunità hanno già scelto per lei, giovane donna benestante, imbrattandosi di terra, passando le sue ore tra stagni e paludi, dandosi in segreto allo studio delle teorie di Darwin, all’indice nella sua cittadina. L’evoluzione è contemporaneamente quella delle specie, del pensiero, e di una bambina che sta diventando altro.</p>
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<p><a href="https://hamelin.net/prodotto/hamelin-41-dove-vanno-le-anatre-dinverno-grandi-scrittori-per-giovani-adulti/"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone wp-image-9902 size-large" src="https://hamelin.net/wp-content/uploads/2020/09/Bannerino-1024x468.png" alt="" width="1024" height="468" srcset="https://hamelin.net/wp-content/uploads/2020/09/Bannerino-1024x468.png 1024w, https://hamelin.net/wp-content/uploads/2020/09/Bannerino-300x137.png 300w, https://hamelin.net/wp-content/uploads/2020/09/Bannerino-768x351.png 768w, https://hamelin.net/wp-content/uploads/2020/09/Bannerino-500x228.png 500w, https://hamelin.net/wp-content/uploads/2020/09/Bannerino-250x114.png 250w, https://hamelin.net/wp-content/uploads/2020/09/Bannerino-700x320.png 700w, https://hamelin.net/wp-content/uploads/2020/09/Bannerino-600x274.png 600w, https://hamelin.net/wp-content/uploads/2020/09/Bannerino.png 1274w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></p>
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<h2>Natura selvaggia</h2>
<p>Quasi sempre, se i giovani protagonisti hanno qualche consapevolezza di una trasformazione in atto o avvenuta, l’espediente immancabile è <strong>l’immersione nella natura selvaggia</strong>, con il mito di Robinson che torna, per esempio in <em>Io sto nei boschi (</em>J. Craighead George), <em>Nelle terre selvagge </em>(G. Paulsen), <em>L’esploratore </em>(K. Rundell): l’isolamento, il dimenticare i ritmi della “civiltà” e l’assenza di adulti, fanno da bozzolo per la metamorfosi, che viene avvertita e descritta.</p>
<p>Non a caso tornano continuamente <strong>isole e estati</strong>, come parentesi dal mondo adatte a far avvenire il mutamento: senza tornare a <em>L’isola del tesoro, </em>a <em>Ciclone sulla Giamaica</em>, a <em>Il signore delle mosche</em>, un po’ di attenzione agli scenari contemporanei ci fa scoprire che <strong>i migliori romanzi per preadolescenti hanno al centro le isole</strong>.<br />
In <strong><em>Alla fine del mondo</em></strong> (G. McCaughrean) i giovani dell’età di mezzo vengono abbandonati per qualche settimana su un grande scoglio per una specie di rito di passaggio sancito dalla comunità, ma lì rimarranno, in piena metamorfosi, perché nessuno tornerà più a prenderli: uno di loro inizierà a perdere sangue dal sesso, rendendo clamoroso l’inganno in cui era stato (stata) intrappolata dalla famiglia fino a quel momento.<br />
In <strong><em>L’albero delle bugie</em> </strong>(F. Hardinge), solo arrivando su un’isola la protagonista scoprirà finalmente la montagna di menzogne del padre, sedotto da una strana pianta che pretende, in cambio di potere, continue bugie.<br />
In <strong><em>Al di là del mare </em></strong>(L. Wolk) una ragazzina adottata alla nascita da un pescatore, arrivata ai fatidici dodici anni sente qualcosa che la richiama verso l’isola abbandonata che ha sempre visto in lontananza, e andando a scavare lì troverà tracce della storia sua e della famiglia d’origine, debitamente nascoste: in un piccolo cimitero, davanti ad una tomba vecchia quanto lei, inizierà a capire da dove viene, e forse dove vuole andare.</p>
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<h2><strong>Fantasmi </strong></h2>
<p>Il vecchio cimitero, le rovine, i fossili, i fantasmi, il sovrapporsi fluido di epoche tra loro lontane, tornano come mantra nella nuova letteratura inglese per ragazze e ragazzi, ad accompagnare protagonisti non ancora adolescenti: <strong>prima di andare verso il futuro è necessario sbloccare il passato</strong>.<br />
Uno dei romanzi più significativi da questo punto di vista è <strong><em>Il grande gioco </em></strong>di David Almond, grande esploratore di zone liminari, della fluidità tra i regni della natura e del tempo: inizia proprio con alcuni ragazzi che riemergono come spettri da cunicoli sotterranei, mentre i compaesani sono alla ricerca dei loro cadaveri. Stavano compiendo, lontano dalla comunità adulta che non ha strumenti per accoglierli, una sorta di rito iniziatico che li collega a coetanei morti generazioni prima in miniera , dopo aver trovato il proprio nome inciso su un’antica lapide che ricorda quell’evento.</p>
<p><strong><em>I figli del re</em></strong> (S. Hartnett) mette in contatto dodicenni in fuga dai bombardamenti della seconda guerra mondiale con ragazzini fantasmi, facendo incrociare epoche diverse, entrambe simbolicamente di passaggio, proprio sulle rovine di un antico maniero. Lo spettro dei fratelli maggiori morti è un altro elemento ricorrente, quasi fosse lì a congelare la crescita dei protagonisti: &#8220;<em>è come se avessi ancora l’età di quando è morto Sebastian&#8221; </em>si ripete la protagonista di <strong><em>Una ragazza senza ricordi </em></strong>(F. Hardinge), nel suo tentativo di recuperare la memoria, che fa venire a galla il mare di bugie costruite nel tempo dai genitori. Lo stesso era successo al bambino James Barrie, che infatti creerà l’icona immortale di preadolescente bloccato, Peter Pan.</p>
<p>Senza stare a elencare esempi, ha senso ricordare che tante costanti erano già presenti in quello che è forse il racconto chiave della pubertà contemporanea, che è anche uno degli ultimi tentativi di mettere in scena un gruppo di pari: <strong><em>Il corpo</em> di Stephen King</strong> (in <em>Stagioni diverse</em>, poi diventato al cinema <em>Stand by me</em>, di B. Reiner) mette al centro del viaggio iniziatico di quattro preadolescenti la ricerca di un coetaneo morto, il cui cadavere che giace nel bosco non è stato ancora trovato. Sul finire dell’estate che precede l’elezione di Kennedy, a svoltare è soprattutto Gordie, che guarda caso deve convivere con l’enorme vuoto del fratello maggiore morto soldato, che ha trasformato anche lui in fantasma agli occhi di mamma e papà. Il cambio di muta ha diverse tappe, e le due principali arrivano a distanza ravvicinata: all’alba, dopo una notte passata ad affrontare, pistola in mano, il turno di guardia tra i terrificanti rumori del bosco, Gordie si allontana solo, e si trova a tu per tu con una giovane daina, un segreto che rimarrà cruciale nella sua formazione; e poco dopo, con gli amici, si immerge per una sorta di battesimo in uno stagno, dal quale però riemergono coperti di  sanguisughe. Se le staccano a vicenda, ma Gordie se ne trova una, gigantesca, proprio attaccata alle palle. Una mestruazione epica, quanto soltanto quella che lo stesso King aveva già raccontato in <em>Carrie</em>. Dopo quel sangue che scende tra le gambe, e un pianto trattenuto, la voce che esce in un grido è quella ruvida di un uomo.</p>
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<h2>Estate</h2>
<p>L’estate, esplicitata nel titolo del film (<em>Stand by me. Ricordo di un’estate</em>), è l’altro elemento quasi obbligato nei racconti sulla pubertà, spesso già protagonista dai titoli: in ordine sparso ricordo le graphic novel <em>Shhh. L’estate in cui tutto cambia</em> di M. Winsnes; <em>E la chiamano estate</em>, delle sorelle Tamaki; <a href="https://progettoxanadu.it/storie/our-summer-holiday"><em>Our summer holiday</em></a> di K. Ozaki; o i romanzi <em>Un’estate lunga sette giorni</em> di W. Herrndorf; <em>L’estate in cui tutto cambiò</em> di Penelope Lively, <em>L’estate gigante</em> di B. Masini; <em>L’estate del cane bambino </em>di M.Pistacchio e L. Toffanello&#8230; è un tempo concentrato, in cui ci si libera dagli intralci imposti dalla società, dalla famiglia, dalla scuola, dagli schemi, ci si immerge in un flusso meno controllabile, si fa più attenzione a se stessi, e al corpo: una improvvisa e provvidenziale caduta nella tana del coniglio, dove tutto ha un’altra logica.</p>
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<h2>Nuovo fantastico</h2>
<p>L’utilizzo di un’altra logica è spesso il miglior espediente per l’accesso al corpo e ai misteri della metamorfosi puberale: il genere fantastico è quello che più mi sembra oggi consentire un intelligente attraversamento di quegli spazi, e portare con la metafora alla rottura del velo e a una prima fondativa comprensione del sé.<br />
Le soglie magiche tra due mondi, e le icone classiche dell’orrore, sono canale privilegiato, essendo poste sempre sul limite tra due realtà teoricamente non confinanti (umano-animale, vita-morte, cultura-natura) con corpi che si trasformano improvvisamente, proprio come quelli in piena pubertà. Tante iniziazioni femminili per esempio sono raccontate in storie di streghe (dal classico <em>La figlia della luna </em>di M. Mahy al recente <em>Un’estate con la strega dell’Ovest </em>di K. Nashiki), a certificare un nuovo, enorme e misterioso potere che va accettato e fatto proprio.</p>
<p>Su questo difficile crinale un nome nuovo, davvero interessante, è quello di Frances Hardinge, che rinnova la tradizione del fantastico inglese: anche lei incastona la sua realtà parallela in periodi storici di transizione molto documentati, e crea nuovi mostri che sono bambine abitate da più presenze contemporaneamente, un forzato patchwork di identità in corpi goffi e sgraziati a raccontare di io frammentati, multipli, tessere di puzzle che vanno lentamente rimessi a posto per entrare in una nuova dimensione. In <em>La voce delle ombre </em>Makepeace ospita in sé, senza volerlo, spiriti di animali e persone morte da tempo; in <em>Una ragazza senza ricordi</em> Triss, che vive all’ombra di un fratello maggiore morto soldato e non ricorda più nulla, deve ricostruire il passato proprio e della famiglia. Ha continuamente fame e inizia a mangiare di tutto, a partire dalla sua bambola e dai suoi diari di bambina. Poi si accorge che il suo corpo perde pezzi: terra, rametti, foglie secche, e ad un certo punto decide di chiamare se stessa <em>Non-Triss. </em>Solo il continuo attraversamento di soglie, e la scoperta di indizi sulle bugie dei genitori le consentiranno una nuova nascita.</p>
<p>È avvenuto  il rovesciamento del romanzo di formazione tradizionale: diventare grandi non significa entrare nel mondo dei padri, ma immancabilmente scapparne, perché come in un Pinocchio capovolto a dire le bugie sono gli adulti, non i ragazzi. L’ingresso nel mondo dei grandi, che dovrebbe essere la conquista della pubertà, non è possibile, non c’è più nessuno ad accogliere.</p>
<p>Bisognerebbe rileggere mille volte <em>La grande avventura </em>(R. Westall), uno dei capolavori della letteratura per ragazzi moderna, che compie proprio adesso trent’anni: un orfano in fuga, sotto i bombardamenti della Seconda Guerra, compie un percorso a tappe tra i diversi modi di essere umani/adulti. Al termine del viaggio il cerchio sembra chiudersi, con un possibile ricongiungimento famigliare e la rinascita, ma non è così: il ragazzo è cresciuto, gli adulti no; e sono ora meschini, disgustosi, piccoli piccoli, per lui totalmente inutili.</p>
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<h4>In questo articolo parliamo di:</h4>
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<li>David Almond, <em><strong>Il grande gioco</strong></em>, Salani 2013</li>
<li>Christopher P. Curtis, <strong><em>Il ragazzo con il futuro nella valigia</em></strong>, Piemme 2015</li>
<li>Mark Haddon, <strong><em>Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte</em></strong>, Einaudi 2014</li>
<li>Frances Hardinge, <strong><em>L&#8217;albero delle bugie</em></strong>, Mondadori</li>
<li>Jacqueline Kelly, <strong><em>L&#8217;evoluzione di</em><em> Calpurnia</em>,</strong> Salani 2014</li>
<li>Jacqueline Kelly, <strong><em>Il mondo curioso di Calpurnia</em></strong>, Salani 2015</li>
<li>Sjoerd Kuyper, <strong><em>Hotel Grande A</em></strong>, La Nuova Frontiera 2017</li>
<li>Harper Lee, <em><strong>Il buio oltre la siepe</strong></em>, Feltrinelli 2019</li>
<li>Geraldine McCaughrean, <em><strong>Alla fine del mondo</strong></em>, Mondadori 2019</li>
<li>Gary Paulsen, <strong><em>Nelle terre</em><em> selvagge</em></strong><em>, </em>Piemme 2016</li>
<li>Katherine Rundell, <strong><em>L&#8217;esploratore</em></strong>, Rizzoli 2019</li>
<li>Clare Vanderpool, <strong><em>L’indimenticabile estate di Abilene Tucker</em></strong>, EDT-Giralangolo 2012</li>
<li>Lauren Wolk, <em><strong>Al di là del mare</strong></em>, Salani 2019</li>
</ul>
<p></div>
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