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I corpi che siamo. Conversazione tra Katy Couprie e Nicoletta Landi

I corpi che siamo. Conversazione tra Katy Couprie e Nicoletta Landi

Questo periodo di crisi globale ci spinge a farci domande scomode, profonde ed essenziali. Ci interroghiamo sul futuro, sulle cose che abbiamo perso e quelle che abbiamo ritrovato. Se risposte e previsioni possono arrivare solo dalla scienza, l’arte può invece aprire uno spazio di dialogo per fare luce su alcune delle domande che abbiamo bisogno di farci.

Double Face è uno spazio di scambio tra autori e autrici francesi e italiani che lavorano con le immagini. Un ciclo di conversazioni che chiede a illustratrici, fumettisti, esperti e scrittrici di ragionare sui nodi del presente a partire da un’immagine.

Double Face è un progetto di Hamelin Associazione Culturale, con il sostegno di Institut Français Italia.

 

©Katy Couprie, Dizionario folle del corpo (Fatatrac 2020)

Corpo e linguaggio sono intimamente legati, anche siamo abituati a pensarli come entità distanti, se non addirittura opposte: a un estremo c’è la materialità del corpo, con i suoi desideri, le necessità e le funzioni basiche; all’altro c’è la razionalità del linguaggio, l’astrazione. È sempre più necessario, però, stare in guardia da ogni forma di pensiero binario.

Allora è utile provare a scardinare anche questa “coppia” di opposti: i corpi, il modo in cui abitano il mondo, vengono osservati e rappresentati sono le fondamenta dell’identità. I corpi sono personali e politici insieme, per riprendere una formula introdotta dal femminismo, intimi e pubblici. Sono lo spazio dell’intimità, del desiderio e del sé, ma anche il primo è il più potente strumento con cui si entra in relazione (lo abbiamo visto bene nell’ultimo anno, quando del contatto con i corpi abbiamo imparato ad avere una nuova paura).


Come rappresentare, quindi, i corpi? Come renderli visibili senza sovrascriverli, raccontarli senza cadere nella retorica o nei tecnicismi della scienza? Per rispondere a queste domande, abbiamo interpellato due autrici che hanno affrontato la questione da punti di vista in apparenza lontani. A un estremo dunque c’è Katy Couprie, illustratrice e autrice del Dizionario folle del corpo, una bizzarra enciclopedia che tenta di rendere conto del corpo dal punto di vista scientifico, simbolico, artistico, spirituale; un libro assolutamente impossibile da categorizzare, che in Francia è stato criticato da insegnanti, genitori e associazioni che ne hanno chiesto il ritiro dalle biblioteche scolastiche, perché ha osato raccontare le sfumature del corpo di cui nei manuali di anatomia non si parla: l’erotico, l’osceno, l’inconscio, il simbolico.

All’estremo opposto – che poi, come vedremo, così opposto non è – c’è l’antropologa Nicoletta Landi, che da anni si occupa di educazione alla sessualità e all’affettività con ragazze e ragazzi adolescenti per l’Azienda USL di Bologna, e ha scritto Il piacere non è nel programma di Scienze!, un viaggio critico nell’insegnamento dell’educazione sessuale in Italia. Educazione che è in primo luogo educazione al corpo, a come ascoltarlo, rispettarlo e abitarlo con consapevolezza. In questa conversazione, le due autrici partono dalle rispettive esperienze di scrittura che le hanno portate a mescolare i linguaggi – Couprie si ispira agli studi anatomici per comporre il suo “dizionario folle”, Landi tenta di rompere con la medicalizzazione forzata dei corpi nel suo lavoro quotidiano con le ragazze e i ragazzi- per fare il punto sui corpi che siamo.

 

 

Nicoletta Landi: Nel tuo Dizionario folle del corpo, il corpo è narrato ed esaltato nella sua doppia dimensione fisica e metafisica. Com’è possibile, se lo è, conciliare questi due aspetti così apparentemente diversi, e non sempre considerati conciliabili dai saperi che hanno indagato la complessità del corpo?

 

Katy Couprie: L’intenzione e la sfida del mio libro erano proprio queste: non dover scegliere fra il corpo della scienza e quello vissuto nella quotidianità, il corpo delle emozioni, il corpo poetico, sportivo, desiderato o metaforico. Il mio motore è stato di poter alla fine, all’interno di uno stesso spazio di un unico libro, incontrare ognuna delle dimensioni del corpo che ci rendono quelli che siamo (insomma, più o meno), senza stabilire tra queste nessun tipo di gerarchia. Per questo motivo, il corpo malato è stato volutamente escluso dal libro. La morte, invece, gioca nella narrazione un ruolo piuttosto discreto. 

 

 

©Katy Couprie, Dizionario folle del corpo (Fatatrac 2020)

 

 

NL: Arte e scienza possono dialogare? O meglio, parlare insieme della complessità simbolica e poetica del corpo? Se sì, in che modo? 

 

KC: L’arte la scienza possono intessere un dialogo fecondo, ricco di domande più che di risposte. E possono farlo, nel caso dell’illustrazione in generale e del mio libro in particolare, attraverso il rapporto fra testo e immagine, le tavole costruite su molteplici livelli di lettura, le definizioni multiple. Tutto in maniera molto semplice, perché il mio libro si rivolge anche ai bambini e alle bambine, e per questo ho scelto la compresenza di linguaggi differenti. Anche la forma del dizionario è un aiuto in questo senso, perché è una forma che tiene insieme rigore e leggerezza.

 

 

©Katy Couprie, Dizionario folle del corpo (Fatatrac 2020)

 

NL: Che ruolo possono avere le parole e le immagini del corpo nel renderlo visibile, amabile ed esistente ben oltre ciò che è tangibile, misurabile, addomesticabile?

 

KC: Le parole e le immagini del corpo, secondo me, sono come delle chiavi, delle note che accompagnano e aprono il nostro modo di porci domande, fin da quando siamo piccoli o piccole, su questo soggetto enorme – il corpo – che spesso è ancora considerato un grande tabù.

 

NL: A proposito di tabù, ci sono alcuni aspetti del corpo che soffrono di un’assenza di parole e di immagini: perché non vengono raccontati o rappresentati abbastanza, o nel modo giusto, o addirittura a volte perché vengono taciuti del tutto. Questa eventuale assenza di linguaggio per raccontare il corpo, secondo te, che ruolo ha sull’esistenza stessa dei corpi che siamo?

 

KC: Vedere e non vedere, arrivare a dire l’indicibile è una sfida per il tipo di lavoro che faccio. Ci sono cose che non si possono dire. Ci sono immagini che sono lì per mostrare, ma ce ne sono altre che mettono in primo piano cose da nascondere. In alcuni momenti capita di creare disegni che parlano di ciò che è segreto, e arrivano a farlo probabilmente proprio perché non hanno parola. È una possibilità del testo iconico, e anche in un libro per l’infanzia possono esserci illustrazioni che non mostrano tutto ma al contempo lasciano galleggiare ciò che non si può perfettamente definire, ciò che non si può mettere in pieno sole.

 

Mi sono spesso trovata, lavorando sul corpo, davanti a questo tipo di interrogativi e riflessioni, anche in relazione alle varie età dei bambini e delle bambine e ai possibili diversi livelli di maturità di chi avrebbe letto il libro. E nel creare alcune immagini ho deciso di stare in ciò che è nascosto, o più difficile da esplicitare, attraverso l’evocazione piuttosto che la rappresentazione. Nel libro questo nodo viene a galla, per esempio, nelle illustrazioni sul sesso: vista la varietà di pubblici e di età a cui il libro si rivolge, non ho creato immagini esplicite legate all’atto sessuale omosessuale; ma le figure che ho inventato e disegnato portano in sé anche questo racconto, perché l’ho nascosto lì dentro, come in un gioco di ombre cinesi.

 

Trovo che le immagini siano più capaci di sostenere questa dimensione – cose mostrate a metà, in parte segrete, piste sotterranee da percorrere – molto più che il testo. Nei libri per l’infanzia le immagini hanno esattamente questo compito: sanno dare più risposte, più interpretazioni, sanno mostrare un pezzetto attraverso l’intero che lo mette in scena. Tutto questo permette una libertà maggiore rispetto alle possibilità che il testo ha nell’esperienza di un opera come Il Dizionario.

 

 

NL: Penso anche alla situazione contraria, quella cioè in cui le immagini e le parole usate per raccontare l’esperienza del corpo – e i relativi immaginari che questa genera – possono essere troppe. Pensi che sia possibile questa situazione? E se sì, quando e come credi sia meglio tacere il corpo?

 

KC: Non credo che si possa soffrire del fatto di avere un vocabolario ricco, che si tratti di vocabolario testuale o iconografico… Quello che conta davvero è la libertà che ci concediamo nell’uso che facciamo di quel vocabolario, il nostro libero arbitrio, fino ad arrivare alla curiosità e al gusto personale per un certo argomento. Per quanto mi riguarda, attraverso Il dizionario folle del corpo ho cercato di creare un libro aperto in cui si può saltabeccare nel modo che più ci è congeniale, tenendosi sempre alla larga da modalità prescrittive ma anche dal disordine, sempre con questa idea in testa.

 

 

©Katy Couprie, Dizionario folle del corpo (Fatatrac 2020)

 

NL: Come spiegheresti, in poche semplici parole, cos’è il corpo a una persona di 5, 10, 15 e 20 anni?

 

KC: Il corpo, ciò che ci tiene insieme e ci fa vivere, vivere, vivere.

 

Katy Couprie è un’artista francese. Diplomata a l’École Nationale Supérieure des Arts Décoratifs di Parigi, frequenta poi l’Art Institute di Chicago. Pittrice, autrice, illustratrice e fotografa, è un’artista a tutto tondo che trova nell’incisione il suo mezzo di espressione privilegiato. Ha scelto l’editoria per ragazzi come spazio di libertà e creatività che permette di aprire gli orizzonti. Nei suoi numerosi libri, albi illustrati e imagiers offre punti di vista inediti e interpretazioni originali della realtà. Il suo ultimo libro pubblicato in Italia è Il dizionario folle del corpo (Fatatrac, 2020).

 

Nicoletta Landi è antropologa e si occupa di sessualità, educazione, genere, adolescenza e promozione della salute sessuale. Collabora con l’Azienda USL di Bologna e con istituzioni che si occupano di educazione alla sessualità e all’affettività. È anche autrice di testi scientifici, tra cui la monografia Il piacere non è nel programma di Scienze! Educare alla sessualità, oggi, in Italia (Meltemi, 2017).